Stangata da 25 miliardi di dollari a Meta: condanna storica per la privacy degli utenti Facebook
Un giudice del New Mexico ha imposto a Meta una penalità da 25 miliardi di dollari per aver ingannato i consumatori sui dati personali. Il gruppo annuncia ricorso in appello.

- 01Il giudice del New Mexico ha ordinato a Meta di pagare 25 miliardi di dollari il 21 ottobre
- 02La giuria aveva riconosciuto 43.899.725 violazioni della legge statale sulla tutela dei consumatori
- 03Lo Stato aveva chiesto 35-40 miliardi, Meta circa 3,45 miliardi
- 04Meta ricorrerà in appello: l'esito deciderà quanto sarà effettivamente versato
Stangata da 25 miliardi di dollari a Meta: condanna storica negli Usa per la privacy degli utenti Facebook
Un giudice del New Mexico impone al gruppo di Mark Zuckerberg una sanzione da 25 miliardi di dollari per aver ingannato i consumatori sulla gestione dei dati personali. Al centro del caso lo scandalo Cambridge Analytica e le informazioni raccolte senza consenso da milioni di utenti. Meta annuncia battaglia in appello.
Una multa da 25 miliardi di dollari, una delle più elevate mai imposte a una società negli Stati Uniti, riporta Meta al centro della controversia sulla protezione dei dati personali. Un giudice del New Mexico ha ordinato al gruppo guidato da Mark Zuckerberg di pagare la cifra allo Stato dopo che una giuria aveva stabilito che Facebook aveva ingannato i consumatori sulle proprie pratiche in materia di privacy e sulla gestione dei contenuti dannosi.
La decisione, emessa il 21 ottobre, rappresenta un nuovo capitolo nella lunga battaglia giudiziaria che coinvolge il colosso dei social media e riaccende il dibattito sulla responsabilità delle grandi piattaforme tecnologiche. Meta ha annunciato che contesterà la sentenza in appello, sostenendo che la decisione non reggerà al vaglio dei giudici.
Cambridge Analytica, lo scandalo all’origine della causa
La vicenda affonda le radici nello scandalo Cambridge Analytica, esploso nel 2018 e diventato uno dei casi più emblematici dell’utilizzo improprio dei dati personali nell’economia digitale.
La società britannica di consulenza politica aveva ottenuto, attraverso un’applicazione di terze parti, informazioni riconducibili a un massimo di 87 milioni di utenti Facebook. I dati furono utilizzati per attività di profilazione politica e pubblicità mirata. Tra i clienti della società figurava anche la campagna presidenziale di Donald Trump del 2016.
Nel 2021 il procuratore generale del New Mexico, Raúl Torrez, ha avviato un’azione legale contro Meta, contestando non soltanto le modalità di accesso ai dati, ma anche le dichiarazioni pubbliche dell’azienda su chi potesse utilizzarli e sulle misure adottate per contrastare disinformazione e contenuti dannosi.
Secondo l’accusa, Facebook avrebbe fornito agli utenti un’immagine fuorviante delle proprie politiche di tutela, mentre soggetti esterni potevano accedere a informazioni personali su una scala più ampia di quanto comunicato pubblicamente. Meta ha respinto le contestazioni e ha sostenuto che lo Stato non abbia dimostrato un effettivo danno ai consumatori.
Oltre 43 milioni di violazioni contestate
Il passaggio decisivo è arrivato il 25 settembre, quando la giuria ha riconosciuto 43.899.725 violazioni della normativa del New Mexico a tutela dei consumatori.
I giurati hanno giudicato fuorvianti 26 delle 29 dichiarazioni esaminate nel processo. Le violazioni riguardavano comunicazioni diffuse nell’arco di oltre undici anni, relative alla privacy, all’accesso ai dati da parte di terzi e alle politiche della piattaforma.
Il numero delle violazioni è stato determinante per il calcolo della sanzione: la normativa statale consente infatti di applicare una penalità fino a 5.000 dollari per ciascuna violazione. Il giudice Francis Mathew ha ritenuto che, sulla base della legge, sarebbe stata giustificabile una sanzione superiore a 219 miliardi di dollari, riducendola tuttavia a 25 miliardi.
Lo Stato aveva chiesto una somma compresa tra 35 e 40 miliardi di dollari, sostenendo che soltanto una penalità economicamente rilevante avrebbe potuto modificare il comportamento di una società delle dimensioni di Meta. I legali del gruppo avevano invece chiesto di limitare l’importo a circa 3,45 miliardi, contestando sia il metodo di conteggio delle violazioni sia la proporzionalità della sanzione.
Meta prepara il ricorso
La società ha contestato la ricostruzione dello Stato e la portata della decisione. Secondo il suo chief legal officer, C.J. Mahoney, il procedimento rischia di rendere estremamente difficile operare nel New Mexico e di introdurre, attraverso il contenzioso, nuovi limiti alla gestione dei contenuti online.
Meta ritiene inoltre che le autorità non abbiano dimostrato in modo adeguato che le dichiarazioni contestate abbiano effettivamente danneggiato i consumatori. Il gruppo intende quindi utilizzare l’appello per contestare sia il verdetto sia l’entità della penalità.
L’esito del ricorso sarà determinante per stabilire quanto dei 25 miliardi dovrà essere effettivamente versato. La cifra potrebbe essere modificata qualora i giudici accogliessero le obiezioni sulla quantificazione delle violazioni o sulla proporzionalità della sanzione.
Per Meta, tuttavia, il problema va oltre il singolo procedimento: la sentenza arriva in una fase in cui le autorità americane stanno intensificando il controllo sulle grandi piattaforme digitali, dalle pratiche commerciali alla sicurezza dei minori.
I soldi destinati alle scuole del New Mexico
La vicenda presenta anche un’importante implicazione per le finanze pubbliche. In base alle norme del New Mexico, le somme raccolte attraverso le sanzioni per violazioni della legislazione a tutela dei consumatori sono destinate al sistema educativo statale.
Se la sentenza sarà confermata e la somma verrà riscossa, il denaro potrà quindi finanziare la scuola pubblica. Il procuratore generale Torrez ha sottolineato che il risultato giudiziario costituisce un messaggio per l’intera industria tecnologica: le dimensioni e l’influenza economica di una società non possono metterla al riparo dall’applicazione della legge.
Il percorso, però, potrebbe essere lungo. Un ricorso di Meta potrebbe ritardare la riscossione e aprire una nuova fase di confronto sulla validità e sulla quantificazione delle violazioni contestate.
Una nuova pressione sui conti del colosso tecnologico
La condanna si inserisce in un contesto di crescente pressione giudiziaria su Meta. Nel marzo 2026, un’altra giuria del New Mexico aveva riconosciuto responsabilità dell’azienda per dichiarazioni ingannevoli sulla sicurezza dei minori sulle piattaforme Facebook, Instagram e WhatsApp, imponendo 375 milioni di dollari di sanzioni civili. In una fase successiva, il giudice aveva inoltre disposto un versamento di 567 milioni di dollari a un fondo statale per la salute mentale degli adolescenti e misure di protezione per i giovani utenti.
A queste controversie si aggiunge un accordo da 17,1 miliardi di dollari raggiunto in agosto per chiudere una causa promossa da più Stati americani sulle accuse relative agli effetti delle piattaforme sulla salute mentale dei minori. Il contenzioso del New Mexico sulla privacy è rimasto separato da quell’intesa.
La dimensione della nuova sanzione è senza precedenti per una causa di questo tipo, ma il suo impatto economico effettivo dipenderà dall’esito dell’appello. Per un gruppo delle dimensioni di Meta, valutato dal mercato intorno ai 2.000 miliardi di dollari secondo le stime riportate dalla stampa finanziaria, il rischio non riguarda soltanto l’eventuale esborso: conta anche la possibilità che il caso contribuisca a creare un precedente per altre azioni legali.
La partita è quindi doppia. Da una parte, le autorità americane cercano di dimostrare che le regole sulla protezione dei consumatori possono essere applicate anche alle maggiori società digitali. Dall’altra, Meta punta a ridimensionare una decisione che potrebbe avere conseguenze ben oltre i confini del New Mexico.
Il caso Cambridge Analytica, a otto anni dall’esplosione pubblica dello scandalo, continua così a pesare sul rapporto tra piattaforme, utenti e regolatori. E la sentenza da 25 miliardi potrebbe diventare uno dei passaggi più importanti nella definizione delle responsabilità legali delle Big Tech negli Stati Uniti.
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