Decreto sicurezza, il Quirinale frena: ai militari niente poteri di polizia giudiziaria
Il Consiglio dei ministri approva il nuovo decreto sicurezza dopo gli scontri di Milano, ma dal testo scompare la norma sui poteri di polizia giudiziaria ai militari. Previsti altri 500 militari a Milano.

- 01Il decreto è stato approvato il 20 ottobre dopo violenze e saccheggi, soprattutto a Milano.
- 02Eliminata, dopo il confronto con il Quirinale, la norma sui poteri di polizia giudiziaria ai militari.
- 03Altri 500 militari a Milano con Strade sicure, fino alla fine del 2026.
- 04Nuovo reato per manifestazioni violente, fermo preventivo esteso ai minorenni e nuova disciplina dell'imputabilità.
Decreto sicurezza, il governo tira dritto ma il Quirinale frena sui militari: salta la norma sui poteri di polizia giudiziaria
Il Consiglio dei ministri approva la stretta dopo le violenze e i saccheggi del fine settimana, soprattutto a Milano. Nuovi reati, pene più severe, fermo preventivo esteso ai minorenni e risarcimenti più rapidi per i danni. Ma dal testo scompare una delle misure più controverse: la possibilità di attribuire ai militari funzioni di polizia giudiziaria. Una modifica che segna un limite preciso all’estensione dei poteri dell’esercito nelle città.
Il nuovo decreto sicurezza del governo Meloni nasce sotto la pressione degli scontri nelle città e dalla necessità politica di dare una risposta immediata a episodi di devastazione, aggressioni alle forze dell’ordine e saccheggi. Ma il provvedimento approvato il 20 ottobre non coincide con tutte le misure inizialmente ipotizzate dall’esecutivo. Il confronto con il Quirinale ha portato a una correzione significativa: i militari potranno essere impiegati in misura maggiore per presidiare il territorio, ma non riceveranno i poteri di polizia giudiziaria previsti nelle prime bozze.
La norma esclusa: niente poteri di polizia giudiziaria ai militari
È questo il principale elemento politico e istituzionale del nuovo decreto. Nelle ipotesi iniziali si era discusso della possibilità di ampliare le competenze dei militari impegnati nei servizi di sicurezza, attribuendo loro anche funzioni riconducibili alla polizia giudiziaria. La misura avrebbe rappresentato un salto di qualità rispetto all’attuale modello di impiego dell’esercito, normalmente destinato alla vigilanza e al supporto delle forze dell’ordine.
La disposizione è stata eliminata dopo le interlocuzioni tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il nodo riguardava proprio la compatibilità di un’estensione di queste prerogative con l’ordinamento e con la ripartizione delle competenze tra forze armate e forze di polizia.
La conseguenza pratica è rilevante: più militari sul territorio, ma senza trasformarli in una forza di polizia giudiziaria. L’esercito continuerà a svolgere compiti di presidio, sorveglianza e supporto, mentre le attività investigative e le funzioni di polizia giudiziaria resteranno nell’ambito delle autorità competenti.
Il governo ha comunque previsto l’invio di altri 500 militari a Milano nell’ambito dell’operazione Strade sicure, con un impiego programmato fino alla fine del 2026. L’obiettivo è rafforzare la sorveglianza dei luoghi sensibili e consentire a polizia e carabinieri di concentrare maggiori risorse sulle attività di prevenzione e intervento.
Che cosa cambia con il nuovo decreto
La cancellazione della norma sui militari non ridimensiona la portata complessiva del provvedimento. Il decreto introduce infatti una serie di misure che ampliano gli strumenti di prevenzione e repressione delle violenze.
1. Un nuovo reato per chi partecipa alle manifestazioni violente. È prevista la reclusione da due a cinque anni e una sanzione fino a 20.000 euro per chi, in un gruppo di almeno cinque persone, compie determinate condotte violente mettendo in pericolo la sicurezza pubblica. Le pene possono aumentare in presenza di aggravanti, come il volto coperto o il ferimento di persone.
2. Fermo preventivo esteso anche ai minorenni. Il decreto amplia la possibilità di adottare misure preventive nei confronti di soggetti ritenuti pericolosi, includendo determinate situazioni in luoghi affollati e prevedendo l’estensione ai minori secondo le condizioni stabilite dalla norma. È uno dei punti più delicati, perché mette al centro il rapporto tra prevenzione dei disordini e garanzie individuali.
3. Cambia la disciplina dell’imputabilità dei minori. Per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni viene introdotta una presunzione di capacità di intendere e di volere, superabile con prova contraria. Si modifica così il criterio finora applicato, che richiedeva un accertamento positivo della capacità del minore. La novità può rendere più agevole l’avvio della responsabilità penale, ma non equivale a una condanna automatica: restano necessari gli accertamenti previsti dal procedimento.
4. Arresto differito e responsabilità economica per i danni. L’arresto in flagranza differita viene esteso a ulteriori reati commessi durante disordini e manifestazioni, quando le responsabilità siano documentabili, per esempio attraverso immagini. Per i danni provocati da minorenni sono inoltre previste sanzioni amministrative a carico dei genitori e procedure accelerate per il risarcimento dei beni pubblici e privati.
Le implicazioni politiche e istituzionali
La rinuncia ai poteri di polizia giudiziaria per i militari è importante almeno sotto tre profili.
Il primo è il rapporto tra governo e Quirinale. Il passaggio dimostra che, anche quando l’esecutivo intende rispondere con rapidità a un’emergenza di ordine pubblico, le misure devono confrontarsi con i limiti costituzionali e con le regole che disciplinano l’esercizio dei poteri coercitivi dello Stato. Il testo finale è il risultato di un confronto istituzionale che ha portato a eliminare una delle disposizioni più controverse.
Il secondo riguarda l’efficacia concreta delle nuove misure. L’invio di altri militari può aumentare la presenza visibile dello Stato e rafforzare la vigilanza nei punti sensibili. Non risolve però, da solo, il problema dell’identificazione dei responsabili, della raccolta delle prove e dell’accertamento dei reati: attività che richiedono personale specializzato, coordinamento investigativo e capacità giudiziaria. La scelta di non attribuire ai militari nuovi poteri mantiene distinta la funzione di presidio da quella investigativa.
Il terzo profilo riguarda il rischio di contenziosi sull’applicazione delle norme. L’estensione del fermo preventivo, la nuova disciplina dell’imputabilità minorile e il reato di partecipazione violenta sollevano questioni sull’individuazione delle condotte punibili e sulla proporzionalità delle misure. La distinzione tra chi partecipa pacificamente a un corteo e chi compie atti concretamente pericolosi sarà essenziale per evitare che le nuove disposizioni producano effetti eccessivamente ampi sulla libertà di manifestazione.
La linea dura non affronta da sola le cause del disagio
Il decreto risponde soprattutto sul terreno della repressione e della prevenzione. La sua efficacia, tuttavia, non potrà essere misurata soltanto dal numero di militari impiegati o dall’inasprimento delle pene. Sarà necessario verificare se diminuiranno le aggressioni, i saccheggi e i danneggiamenti, se i responsabili verranno identificati e se le procedure di risarcimento funzioneranno davvero.
Resta inoltre aperta la questione delle cause che alimentano il disagio giovanile e i fenomeni di violenza urbana. Come osservato anche nel dibattito politico seguito agli scontri di Milano, il rafforzamento dei controlli non sostituisce le politiche di prevenzione sociale, l’intervento nei quartieri più esposti e il contrasto alle condizioni che favoriscono la marginalità.
Il punto politico, dunque, è duplice: il governo rivendica una stretta sulla sicurezza e rafforza gli strumenti a disposizione delle autorità; il confronto con il Quirinale, però, ha escluso l’ampliamento dei poteri giudiziari dei militari. Una distinzione che conta, perché la fermezza dello Stato non dipende soltanto dall’intensità della risposta, ma anche dal rispetto dei confini tra sicurezza, funzioni di polizia e garanzie costituzionali.
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