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Cina, il vincitore silenzioso del conflitto tra Stati Uniti e Medio Oriente

Per quanto riguarda il conflitto tra Stati Uniti e Medio Oriente, uno dei principali beneficiari sembra essere la Cina. Mentre gran parte dei leader del G20 esprime preoccupazione per la crisi energetica, cercando soluzioni rapide ed efficaci, Pechino mantiene un profilo basso, senza apparenti segnali…

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di Benedetta ZimoneRedazione UCapital News2 min
Cina, il vincitore silenzioso del conflitto tra Stati Uniti e Medio Oriente


Si sa, in ogni contesto bellico ci sono vincitori e perdenti. Per quanto riguarda il conflitto tra Stati Uniti e Medio Oriente, uno dei principali beneficiari sembra essere la Cina. Mentre gran parte dei leader del G20 esprime preoccupazione per la crisi energetica, cercando soluzioni rapide ed efficaci, Pechino mantiene un profilo basso, senza apparenti segnali di tensione. In questo scenario si distingue la figura di Xi Jinping, che osserva la situazione con relativa tranquillità.


Strategia energetica: meno petrolio, più rinnovabili


Il leader cinese sta portando avanti una strategia chiara: ridurre la dipendenza dal petrolio, incrementando massicciamente gli investimenti nelle energie rinnovabili. Pechino riesce così a restare relativamente al riparo dalla crisi petrolifera globale, anche grazie all’ampio utilizzo del carbone e a una pianificazione energetica di lungo periodo. Il governo ha recentemente presentato il quindicesimo piano quinquennale, con l’obiettivo di rafforzare la crescita delle energie pulite e delle infrastrutture elettriche. La Cina punta a diventare una potenza energetica globale attraverso una progressiva transizione dalle fonti fossili a quelle non fossili, con una strategia decennale mirata a raddoppiare la quota di energia pulita nel mix nazionale.


Il piano: punti cruciali


“Dobbiamo attuare a fondo la nuova strategia di sicurezza energetica, accelerare la costruzione di un sistema energetico pulito, a basse emissioni di carbonio, sicuro ed efficiente e costruire una forte nazione energetica”


Così si legge nel documento ufficiale presentato il 13 marzo a Pechino.


Gli sforzi si concentrano sullo sviluppo di enormi complessi eolici e fotovoltaici nelle aree desertiche e semiaride del nord, note come “Sha-Ge-Huang”, destinati a fornire energia alle regioni più industrializzate. Parallelamente, sono in fase di sviluppo basi energetiche integrate lungo importanti bacini fluviali, come lo Yalong, il corso superiore del Fiume Giallo e il Jinsha. Anche l’eolico offshore e il nucleare avranno un ruolo centrale: il piano prevede un’espansione della capacità eolica marina oltre i 100 milioni di kW e lo sviluppo sicuro del nucleare costiero fino a circa 110 milioni di kW. Inoltre, viene accelerata la ricerca su idrogeno verde, energia geotermica e solare termico, favorendo al contempo l’integrazione tra energia rinnovabile e infrastrutture digitali, come i centri di calcolo.


Cina tra leadership elettrica e influenza geopolitica


A differenza dell’Occidente, la Cina risente meno dell’aumento dei prezzi dei carburanti, anche grazie alla sua leadership globale nel settore dei veicoli elettrici (NEV). Nel 2024 le vendite hanno superato gli 11 milioni di unità, con una previsione di circa 16 milioni nel 2025. Le auto elettriche rappresentano ormai quasi la metà delle nuove immatricolazioni, con oltre 6 milioni di veicoli completamente elettrici (BEV) venduti già nel 2023.


In questo contesto, la Cina può essere considerata uno dei principali beneficiari di uno scenario geopolitico instabile. Gli Stati Uniti, infatti, sono costretti a rivedere le proprie priorità strategiche: un incontro inizialmente previsto tra il 31 marzo e il 2 aprile è stato rinviato proprio a causa dell’escalation in Medio Oriente. “Stiamo riprogrammando l’incontro”, ha dichiarato Donald Trump alla Casa Bianca. “Stiamo lavorando con la Cina. Per loro va bene”, ha aggiunto il tycoon americano. Inoltre, i diplomatici cinesi sembrano spingere per l’avvio di negoziati di pace tra le parti, esortando l’Iran a “cogliere ogni opportunità per la pace” e dimostrando così la volontà di Pechino di contribuire alla stabilizzazione del conflitto.



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