Mercati in “ritirata” dai colossi delle armi: il settore paga la sconfitta di Trump
La vittoria dei Democratici al Congresso Usa pesa sui titoli della difesa a Wall Street e in Europa. Rheinmetall tocca i minimi da fine giugno dopo il taglio delle stime.

- 01Il 4 novembre Lockheed Martin e L3Harris hanno perso fino al 6,9%, RTX circa il 3,1%
- 02In Europa il paniere difesa seguito da Goldman Sachs ha ceduto fino al 4,1%, peggior calo da oltre quattro mesi
- 03Trump chiede 1.500 miliardi di dollari per il 2027, ma dovrà fare i conti con il nuovo Congresso
- 04Rheinmetall taglia la stima 2026 dei ricavi a circa 14,8 miliardi di dollari e il margine al 18,5%
Il voto Usa scuote il settore difesa
La vittoria dei Democratici al Congresso americano scuote uno dei settori che negli ultimi anni aveva beneficiato maggiormente delle tensioni geopolitiche internazionali: quello della difesa. Le azioni dei principali produttori di armamenti, tanto a Wall Street quanto sulle Borse europee, sono finite sotto pressione, con vendite particolarmente pesanti nella seduta di mercoledì 4 novembre. La pressione ribassista è forte anche in Europa, soprattutto dopo l’allarme-ricavi lanciato dal colosso tedesco degli armamenti Rheinmetall: le azioni sono crollate ai minimi da fine giugno sui mercati europei.
Il mercato, come è evidente, sta rivalutando le prospettive di un ciclo di crescita che sembrava destinato a durare a lungo, alimentato dalla guerra in Ucraina, dal conflitto in Medio Oriente, dalla competizione strategica con la Cina e soprattutto dall’impegno dei Paesi europei ad aumentare le spese militari.
Il timore degli investitori è che il nuovo equilibrio politico a Washington possa rallentare, ridimensionare o rendere più incerto il programma di riarmo occidentale. Non si tratta necessariamente di una revisione immediata degli stanziamenti, ma del rischio che venga meno quella visibilità pluriennale sugli ordini e sulle commesse che aveva sostenuto le valutazioni dei produttori.
I titoli più colpiti: Lockheed, L3Harris, BAE e Rheinmetall
La reazione più violenta si è registrata negli Stati Uniti, dove gli investitori hanno immediatamente ridimensionato le aspettative sul bilancio della Difesa per il 2027.
Tra i titoli più penalizzati nella seduta del 4 novembre:
- Lockheed Martin: ribasso fino al 6,9%.
- L3Harris Technologies: perdita fino al 6,9%, dopo aver ceduto quasi l’8% nelle prime fasi della contrattazione.
- RTX: circa -3,1%, con perdite intraday superiori al 4%.
- Huntington Ingalls Industries: -4,9%.
- Northrop Grumman e General Dynamics: entrambe in territorio negativo, con flessioni comprese nelle fasce del 3-5% nelle prime rilevazioni.
La debolezza non ha risparmiato neppure i produttori europei. Il paniere di società della difesa seguito da Goldman Sachs ha perso fino al 4,1%, segnando la flessione più importante da oltre quattro mesi.
Tra i principali ribassi europei si segnalano:
- BAE Systems: -4% / -5,9%
- Thales: -3% / -3,8%
- Rheinmetall: oltre -2%
- Leonardo: circa -2,6%
- Saab: -2% / -3,5%
- Chemring: -3%
- Avon Technologies: -2,4%
Il nodo del bilancio militare americano
La questione centrale è rappresentata dalla dimensione della spesa militare statunitense.
Donald Trump aveva chiesto per l’anno fiscale 2027 un bilancio della Difesa da 1.500 miliardi di dollari, un aumento enorme rispetto ai circa 901 miliardi già approvati per il livello di spesa corrente.
Una proposta che aveva alimentato le aspettative di un nuovo ciclo di investimenti in armamenti, missili, sistemi antimissile, navi da guerra, aerei e tecnologie militari avanzate.
Tuttavia, il Congresso non aveva ancora approvato gli stanziamenti necessari. E proprio qui si inserisce il cambiamento politico: con il controllo sia della Camera sia del Senato, i Democratici potranno esercitare una maggiore influenza sulle autorizzazioni di spesa, sulle leggi di bilancio e sulle singole commesse.
Secondo gli analisti di Jefferies, il bilancio 2027 potrebbe avvicinarsi maggiormente alla proposta da circa 1.150 miliardi di dollari avanzata alla Camera, anziché raggiungere i 1.500 miliardi richiesti dall’amministrazione Trump.
La differenza è considerevole: circa 350 miliardi di dollari rispetto alla richiesta presidenziale. Per le aziende del settore significa potenzialmente meno ordini rispetto alle aspettative incorporate nelle quotazioni.
Non è però soltanto una questione quantitativa. Un Congresso controllato dai Democratici potrebbe chiedere maggiori verifiche sui costi, sui tempi di realizzazione e sull’effettiva utilità dei nuovi programmi militari, aumentando il rischio di ritardi nelle assegnazioni e nelle autorizzazioni.
I programmi più esposti e quelli che rischiano meno
Non tutte le attività dell’industria militare americana presentano lo stesso livello di rischio.
Tra i programmi più vulnerabili vengono indicati alcuni dei progetti maggiormente associati all’agenda di Trump:
- Golden Dome, il progetto di scudo antimissile destinato a proteggere il territorio americano.
- Golden Fleet, il programma di rinnovamento e potenziamento della flotta navale, con particolare attenzione alle nuove unità da combattimento.
- I nuovi investimenti straordinari destinati ad ampliare rapidamente la capacità produttiva dell’industria bellica.
Più solida appare invece la prospettiva dei programmi di modernizzazione nucleare e di quelli legati alla deterrenza strategica, che godono di un sostegno bipartisan più consolidato.
In questa categoria rientrano il bombardiere strategico B-21 Raider di Northrop Grumman e il programma Sentinel per la sostituzione dei missili balistici intercontinentali terrestri.
Anche il rifornimento delle scorte di missili e munizioni consumate nei conflitti recenti dovrebbe mantenere un consenso politico relativamente ampio.
Il punto è sottolineato anche da Mark Malek, chief investment officer di Siebert Financial, secondo il quale una parte consistente del bilancio militare è già sostanzialmente definita e il rifornimento dei sistemi missilistici difficilmente verrà ostacolato da ragioni ideologiche.
L’incognita della guerra con l’Iran
C’è poi un secondo fattore che preoccupa gli investitori: il possibile cambiamento della politica americana nei confronti dell’Iran.
La vittoria democratica potrebbe infatti tradursi in una maggiore pressione parlamentare sull’amministrazione Trump affinché ponga fine al conflitto. Questo scenario avrebbe conseguenze anche per i produttori di armamenti, soprattutto per quelli maggiormente esposti alla domanda di missili, sistemi di difesa aerea e munizionamento.
Secondo Roman Schweizer di TD Cowen, la conquista di entrambe le Camere da parte dei Democratici rappresenta lo scenario più difficile per le prospettive della spesa militare. L’analista ritiene che le conseguenze potrebbero estendersi oltre il bilancio del Pentagono, coinvolgendo la politica estera e le strategie di sicurezza nazionale.
Una delle ipotesi è che il nuovo Congresso possa promuovere iniziative per costringere Trump a interrompere la guerra con l’Iran. Diventa inoltre più concreta la possibilità che alcuni parlamentari repubblicani si uniscano ai Democratici per contrastare le scelte della Casa Bianca.
Per TD Cowen sarà particolarmente importante anche il periodo di transizione parlamentare, durante il quale gli attuali equilibri consentono ancora di portare avanti alcune decisioni di bilancio prima dell’insediamento dei nuovi rappresentanti.
La prospettiva di una riduzione delle operazioni militari e di un minore fabbisogno di armamenti rappresenta quindi un ulteriore elemento di incertezza per le valutazioni di Borsa.
Perché anche l’Europa è finita sotto pressione
La flessione dei titoli europei è particolarmente interessante perché la politica di riarmo del continente non dipende direttamente dalle decisioni del Congresso americano.
Germania, Francia, Italia, Regno Unito e altri Paesi europei hanno avviato programmi pluriennali di rafforzamento delle capacità militari, anche per ridurre la dipendenza strategica dagli Stati Uniti.
La Germania, in particolare, ha assunto un ruolo centrale nella trasformazione dell’industria della difesa europea, mentre Rheinmetall è diventata uno dei principali simboli finanziari di questa nuova stagione.
Perché allora vendere anche le azioni europee?
La spiegazione è soprattutto finanziaria e strategica. Una parte importante del rialzo registrato dal comparto negli ultimi anni era stata sostenuta da due aspettative: l’aumento strutturale della spesa militare europea e la possibilità che Washington riducesse il proprio impegno nella sicurezza del continente, costringendo gli alleati a investire ancora di più.
Secondo Jens-Peter Rieck di MWB Research, la vittoria democratica ridimensiona proprio il timore di un progressivo disimpegno americano dall’Europa, che aveva contribuito alla forte rivalutazione delle società tedesche della difesa nel 2025.
Per questo l’esito elettorale rappresenta, a suo giudizio, un elemento moderatamente negativo per il sentiment sulle aziende tedesche del comparto.
Alessandro Pozzi di Mediobanca osserva invece che il movimento delle Borse europee è stato in parte sorprendente, considerando che i sondaggi e i mercati delle previsioni avevano già anticipato da settimane la possibilità di una vittoria democratica.
Resta inoltre un importante elemento di protezione: il sostegno bipartisan americano ad alcuni programmi strategici e la necessità europea di rafforzare le proprie capacità militari non vengono cancellati dal risultato elettorale.
Quanto pesa davvero la vittoria democratica?
La distinzione fondamentale è tra l’impatto politico e quello economico.
La conquista del Congresso non significa automaticamente una riduzione della spesa militare americana. I Democratici non sono contrari al rafforzamento delle capacità difensive degli Stati Uniti e condividono con una parte significativa dei Repubblicani l’obiettivo di mantenere la superiorità militare americana, soprattutto nei confronti della Cina.
Il cambiamento riguarda piuttosto le priorità, la distribuzione delle risorse e il controllo sull’impiego dei fondi.
Il nuovo Congresso potrebbe privilegiare i programmi con una maggiore giustificazione strategica, limitando quelli considerati troppo costosi, poco maturi o eccessivamente legati alle priorità personali del presidente.
Per gli investitori questo significa una maggiore differenziazione tra le società:
- I produttori di missili, munizioni e sistemi di difesa aerea potrebbero beneficiare della necessità di ricostituire le scorte.
- Le aziende impegnate nella modernizzazione nucleare potrebbero conservare una maggiore visibilità sugli ordini.
- I gruppi maggiormente esposti ai nuovi programmi straordinari di Trump potrebbero invece subire una revisione delle aspettative.
- Le società europee con una forte esposizione al mercato americano potrebbero risentire maggiormente delle incertezze sugli stanziamenti statunitensi.
Il risultato elettorale, dunque, non mette necessariamente in discussione l’intero ciclo di riarmo, ma potrebbe modificarne profondamente la composizione.
Le prospettive: correzione temporanea o inversione del superciclo?
La domanda che ora si pongono gli investitori è se il ribasso rappresenti una semplice correzione dopo una lunga fase di rialzi oppure l’inizio di una revisione più profonda delle prospettive del settore.
Ci sono elementi a sostegno di entrambe le interpretazioni.
Da un lato, molte società hanno presentato risultati trimestrali positivi e dispongono di portafogli ordini particolarmente consistenti. Lockheed Martin e RTX, per esempio, hanno comunicato risultati incoraggianti a ottobre, mentre governi e forze armate continuano a richiedere sistemi di difesa, munizioni e tecnologie avanzate.
Dall’altro, le quotazioni avevano incorporato aspettative molto ambiziose, soprattutto dopo la richiesta di Trump di portare la spesa militare americana a 1.500 miliardi di dollari. Il rischio è che una parte delle valutazioni fosse costruita su uno scenario di crescita degli stanziamenti che potrebbe non concretizzarsi.
Inoltre, il settore deve fare i conti con una possibile normalizzazione delle tensioni geopolitiche e con la maggiore selettività degli investitori nei confronti delle società che hanno beneficiato maggiormente delle aspettative di riarmo.
Il vero spartiacque sarà quindi il bilancio americano del 2027 e la capacità delle aziende di trasformare gli attuali portafogli ordini in ricavi e profitti.
Per l’Europa, invece, il principale sostegno resta rappresentato dai programmi nazionali di riarmo, dagli impegni assunti nell’ambito della NATO e dalla necessità di ricostituire le scorte militari. Ma il processo di riarmo sembra più complesso del previsto, come dimostra il caso della Rheinmetal. L'azienda, che produce carri armati e veicoli corazzati, artiglieria, munizioni, sistemi di difesa aerea ed elettronica militare, prevede ora per il 2026 ricavi per circa 14,8 miliardi di dollari, in calo rispetto alla precedente stima compresa tra 15,37 e 15,93 miliardi di dollari. Anche la previsione sul margine operativo è stata ridimensionata, scendendo al 18,5% dal precedente 19%. Il taglio delle stime di agosto aveva fatto seguito alla cancellazione, da parte della Germania, degli ordini per sei fregate F126.
Il superciclo della difesa potrebbe non essere finito, ma il mercato sembra aver iniziato a distinguere tra chi beneficerà realmente dei nuovi investimenti e chi rischia di aver già scontato nelle proprie quotazioni una crescita troppo ottimistica.
UCapital24 S.p.A. o società del gruppo possono avere rapporti commerciali con le aziende citate. Questo contenuto non è consulenza finanziaria.
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