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Debito Usa a 40.444 miliardi di dollari: il CBO avverte sul deficit e sui Treasury

Il debito federale americano ha raggiunto 40.444 miliardi di dollari al 23 ottobre 2026. Il Congressional Budget Office stima che la legge fiscale di Trump aggiunga 3.400 miliardi al deficit in dieci anni.

di alessandro platerotiRedazione UCapital News7 min di lettura
Debito Usa a 40.444 miliardi di dollari: il CBO avverte sul deficit e sui Treasury
PUNTI CHIAVE
  1. 01Debito federale Usa a 40.444 miliardi di dollari al 23 ottobre 2026, circa 31 miliardi in più in un giorno
  2. 02Per il CBO la One Big Beautiful Bill Act aumenta il deficit 2026-2035 di 3.400 miliardi
  3. 03Deficit 2026 stimato a 1.900 miliardi, il 5,8% del Pil; debito al 101% del Pil, in salita al 120% nel 2036
  4. 04La spesa per interessi supera Medicare e difesa, con rischi per i rendimenti dei Treasury

Debito Usa oltre 40.400 miliardi di dollari: allarme sui conti pubblici e rischi per i Treasury

Il debito federale americano continua a crescere e il costo degli interessi aumenta la pressione sul bilancio. Il Congressional Budget Office stima che la legge fiscale di Donald Trump possa ampliare il deficit di 3.400 miliardi di dollari in dieci anni, riaccendendo i timori sulla sostenibilità delle finanze pubbliche e sui rendimenti dei titoli di Stato.

Il debito pubblico degli Stati Uniti continua a salire a ritmi sostenuti, senza mostrare segnali di rallentamento nel 2026. Secondo i dati del Dipartimento del Tesoro citati nel testo, al 23 ottobre 2026 il debito federale ha raggiunto 40.444 miliardi di dollari, con un aumento di circa 31 miliardi rispetto al giorno precedente.

La cifra dà la misura della trasformazione dei conti pubblici americani negli ultimi quarant’anni: intorno alla metà degli anni Ottanta, il debito nazionale si attestava a circa 907 miliardi di dollari. Da allora è cresciuto di oltre quaranta volte, spinto da deficit persistenti, crisi economiche, spese straordinarie e scelte fiscali che non sono state accompagnate da entrate sufficienti a compensarle.

Il dato assume particolare rilevanza perché gli Stati Uniti continuano a beneficiare di un mercato finanziario profondo e del ruolo internazionale del dollaro, ma devono sostenere un costo crescente per finanziare il proprio fabbisogno. Il problema non riguarda soltanto l’ammontare del debito: riguarda soprattutto la velocità con cui aumenta e la quota delle risorse pubbliche assorbita dagli interessi.

Interessi sul debito, una spesa sempre più difficile da sostenere

Uno degli aspetti più preoccupanti è l’aumento della spesa per interessi. Il costo del servizio del debito è diventato una delle principali voci del bilancio federale e, secondo il testo di partenza, supera ormai le spese per Medicare e per la difesa.

La dinamica è particolarmente delicata perché una parte consistente del debito deve essere rifinanziata nel tempo. Quando i titoli in scadenza vengono sostituiti con nuove obbligazioni a rendimenti più elevati, il costo degli interessi aumenta progressivamente, anche senza un’ulteriore espansione del deficit primario.

Questo meccanismo può restringere i margini di manovra del governo: più denaro viene destinato agli interessi, meno risorse rimangono disponibili per investimenti pubblici, programmi sociali, difesa o riduzioni delle imposte. Se il disavanzo continua a crescere, il Tesoro deve inoltre collocare nuovi titoli per coprire il fabbisogno finanziario.

Il risultato è un possibile circolo vizioso tra deficit, emissioni e interessi, con conseguenze che si estendono ben oltre il bilancio federale.

La legge di Trump e il deficit: 3.400 miliardi in più in dieci anni

Al centro del dibattito c’è la One Big Beautiful Bill Act, la grande legge fiscale e di spesa voluta dal presidente Donald Trump, che ha modificato numerose disposizioni tributarie e programmi federali.

Secondo il Congressional Budget Office (CBO), l’organismo indipendente che valuta gli effetti delle politiche di bilancio, le modifiche legislative hanno aumentato di 3.400 miliardi di dollari il deficit cumulato previsto per il periodo 2026-2035, rispetto alle precedenti stime.

L’amministrazione Trump sostiene che i maggiori introiti derivanti dai dazi e l’accelerazione della crescita economica possano compensare almeno in parte l’impatto delle misure fiscali. Il CBO, tuttavia, considera anche le entrate doganali nelle proprie proiezioni e continua a prevedere disavanzi elevati.

Nelle stime pubblicate nel febbraio 2026, il deficit federale è previsto a circa 1.900 miliardi di dollari nell’esercizio fiscale 2026, pari al 5,8% del Pil, per poi salire a 3.100 miliardi nel 2036, equivalenti al 6,7% del prodotto interno lordo. Il debito federale detenuto dal pubblico è atteso in aumento dal 101% del Pil nel 2026 al 120% nel 2036.

Anche l’orizzonte di più lungo periodo è preoccupante. Nelle proiezioni decennali e trentennali, il CBO segnala che, in assenza di cambiamenti sostanziali nelle politiche fiscali e di spesa, il debito detenuto dal pubblico potrebbe raggiungere il 175% del Pil nel 2056. È una proiezione di lungo periodo, non una previsione certa: dipende dalle ipotesi su crescita, entrate, spesa e tassi d’interesse.

Il rischio per i Treasury: rendimenti più alti e prezzi più bassi

L’aumento del debito americano non implica automaticamente una crisi dei titoli di Stato, ma rende più importante il rapporto tra offerta di obbligazioni, domanda degli investitori e costo del finanziamento.

I Treasury restano un pilastro dei mercati mondiali grazie alla liquidità del mercato statunitense e al ruolo internazionale del dollaro. Tuttavia, quando il governo deve finanziare deficit elevati per un periodo prolungato, il mercato può richiedere rendimenti maggiori per assorbire le nuove emissioni.

Per gli investitori, il rischio si manifesta attraverso tre canali principali.

  • Aumento dei rendimenti: se il mercato chiede una remunerazione superiore per finanziare il Tesoro, le quotazioni dei titoli già in circolazione diminuiscono.
  • Crescita del premio a termine: l’incertezza sulla traiettoria del debito, sull’inflazione e sull’offerta futura di obbligazioni può spingere verso l’alto il rendimento richiesto sulle scadenze lunghe.
  • Maggiore costo degli interessi: rendimenti elevati rendono progressivamente più oneroso rifinanziare i titoli in scadenza, aggravando il deficit e alimentando nuove emissioni.

Il rischio è particolarmente rilevante per i Treasury decennali e trentennali, che hanno una sensibilità maggiore alle variazioni dei rendimenti. Se i tassi di mercato salgono, il prezzo di un titolo già emesso scende; quanto più lunga è la sua durata finanziaria, tanto più pronunciata può essere la perdita.

Il paradosso dei beni rifugio: i Treasury possono scendere anche quando le Borse crollano

In condizioni normali, una correzione azionaria spinge gli investitori verso i titoli di Stato americani, sostenendone i prezzi. Ma questa relazione non è garantita.

Se il ribasso dei mercati è accompagnato da una nuova impennata del petrolio, da aspettative d’inflazione più elevate o da timori sulla sostenibilità fiscale americana, gli investitori potrebbero chiedere rendimenti maggiori anche sui Treasury.

In questo scenario, la Federal Reserve avrebbe meno spazio per ridurre i tassi, mentre il Tesoro dovrebbe continuare a collocare grandi quantità di debito. Il risultato potrebbe essere una contemporanea debolezza delle azioni e delle obbligazioni a lunga scadenza, una combinazione particolarmente sfavorevole per i portafogli tradizionali.

Al contrario, se prevalessero i timori di recessione e l’inflazione rallentasse, la domanda di sicurezza potrebbe tornare a spingere verso il basso i rendimenti americani.

Il dollaro è ancora un vantaggio, ma non elimina il rischio fiscale

Il ruolo internazionale del dollaro offre agli Stati Uniti un vantaggio rispetto alla maggior parte degli altri Paesi: la domanda globale di attività finanziarie denominate in dollari sostiene il mercato dei Treasury e facilita il finanziamento del debito.

Questo vantaggio, però, non è illimitato. Un deterioramento persistente dei conti pubblici potrebbe indurre gli investitori a chiedere una maggiore remunerazione oppure a diversificare una parte dei portafogli verso altre attività.

Non è necessario che si verifichi una fuga generalizzata dai titoli americani perché i rendimenti salgano. È sufficiente che la domanda aggiuntiva non tenga il passo con l’aumento dell’offerta di debito.

Per questo il mercato osserva non soltanto il totale del debito, ma anche l’andamento delle aste del Tesoro, la domanda estera, le aspettative sui tassi della Fed e il premio richiesto per detenere titoli a lunga scadenza.

La vera sfida per Washington

La questione centrale è se la crescita economica riuscirà a compensare l’aumento del debito e dei relativi interessi. L’amministrazione Trump punta su crescita, deregolamentazione e dazi per rafforzare le entrate e migliorare la dinamica del rapporto debito/Pil. Le stime indipendenti del CBO indicano tuttavia che, sulla base delle politiche considerate nelle sue proiezioni, i deficit resteranno elevati e il debito continuerà a salire.

Il punto non è stabilire se gli Stati Uniti siano vicini a un’immediata crisi del debito: le dimensioni e la struttura del mercato americano rendono questa conclusione eccessiva. Il problema è piuttosto il progressivo restringimento dei margini fiscali e il rischio che una quota crescente delle entrate pubbliche venga assorbita dagli interessi.

Per i mercati obbligazionari, il superamento dei 40.000 miliardi di dollari rappresenta soprattutto un campanello d’allarme sulla traiettoria futura del debito. Se deficit e interessi continueranno a crescere senza un riequilibrio credibile, i Treasury potrebbero dover offrire rendimenti più elevati per attirare capitali. E questo si tradurrebbe in costi di finanziamento maggiori per il governo americano, ma anche in condizioni di credito potenzialmente più onerose per imprese, famiglie e mercati globali.

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