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Manovra 2027, Messina (Intesa Sanpaolo) contesta il prelievo da 5 miliardi sulle banche

Il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina richiama l'accordo triennale con Giorgia Meloni e contesta il nuovo contributo da circa 5 miliardi richiesto a banche e assicurazioni. Chiede di coinvolgere anche altre imprese in utile.

di alessandro platerotiRedazione UCapital News6 min di lettura
Manovra 2027, Messina (Intesa Sanpaolo) contesta il prelievo da 5 miliardi sulle banche
PUNTI CHIAVE
  1. 01Il governo prevede circa 5 miliardi dal settore finanziario nel 2027, in una manovra da 23,5 miliardi
  2. 02Messina: l'accordo dello scorso anno prevedeva un contributo triennale, «io ci ho creduto»
  3. 03Secondo Messina, a fronte di 50 miliardi di utili lo Stato incasserà 25 miliardi di imposte
  4. 04Le modalità del contributo restano da definire

Lo scontro sul contributo di banche e assicurazioni

L'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo contesta il nuovo contributo richiesto dal governo a banche e assicurazioni: «Non c'è un solo settore che deve pagare». Il banchiere ricorda i 25 miliardi di imposte che, secondo le sue stime, il settore verserà allo Stato e chiede di coinvolgere anche le altre imprese che realizzano utili.

Carlo Messina apre il fronte bancario contro il nuovo prelievo previsto dal governo nella manovra 2027. L'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo contesta la richiesta di ulteriori risorse al settore finanziario e richiama direttamente l'accordo raggiunto lo scorso anno con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che avrebbe dovuto garantire un contributo distribuito su tre anni.

«Noi l'anno scorso abbiamo raggiunto un accordo per un contributo triennale che sarebbe stato quello richiesto alle banche per i prossimi tre anni. Io ci ho creduto», ha dichiarato Messina intervenendo al Forum internazionale dell'agricoltura e dell'alimentazione di Coldiretti, a Roma. «Non c'è un solo settore che deve pagare in un momento di difficoltà, anche a fronte di accordi già presi».

Il riferimento è ai circa 5 miliardi di euro che il governo intende raccogliere nel 2027 dal settore finanziario, nell'ambito di una manovra da 23,5 miliardi. Il Documento programmatico di bilancio prevede inoltre un contributo complessivo di circa 10,7 miliardi nel triennio 2027-2029, anche se le modalità definitive di applicazione devono ancora essere chiarite.

Per il numero uno di Intesa Sanpaolo, il problema non è soltanto l'entità delle risorse richieste, ma anche il metodo seguito dal governo. La nuova richiesta, sostiene, rimette in discussione un'intesa costruita proprio per evitare che le banche si trovassero ogni anno al centro di nuove trattative fiscali.

L'accordo con il governo e la questione della fiducia

Messina ha ricostruito la genesi dell'intesa, spiegando che gli istituti avrebbero inizialmente preferito un accordo annuale, da rivedere di volta in volta. Sarebbe stato invece il governo a chiedere una soluzione triennale, con l'obiettivo di assicurare maggiore stabilità ai conti pubblici e prevedibilità al sistema bancario.

«Avevamo proposto di farlo solo annuale, ogni anno di rivederlo, e ci è stato chiesto di farlo triennale», ha ricordato il manager. Una scelta alla quale, ha ribadito, aveva aderito confidando nella continuità degli impegni presi.

La contestazione di Messina investe quindi la credibilità degli accordi tra governo e imprese. Se un contributo viene concordato su un orizzonte pluriennale per dare certezza alle entrate pubbliche e alle banche, una nuova richiesta prima della scadenza rischia di modificare le condizioni sulle quali era stato costruito l'intesa.

Il banchiere non ha escluso la disponibilità del settore a collaborare con lo Stato. Chiede però che l'onere venga distribuito in modo più equilibrato e che il contributo bancario non diventi una risposta automatica ogni volta che la legge di Bilancio deve trovare nuove coperture.

«Le banche pagano già 25 miliardi di tasse»

Il secondo argomento utilizzato da Messina riguarda il contributo fiscale ordinario del settore. Il manager invita a non fermarsi agli utili degli istituti di credito, ma a considerare anche le imposte che questi versano all'erario.

«A fronte dei 50 miliardi di utili, lo Stato incasserà 25 miliardi di imposte», ha affermato, sostenendo che il dibattito pubblico si concentri troppo spesso sui profitti bancari senza tenere nella stessa considerazione il gettito fiscale prodotto dal comparto.

La cifra di 50 miliardi si riferisce agli utili complessivi del settore bancario richiamati da Messina, non ai risultati della sola Intesa Sanpaolo. Il manager sostiene che una parte consistente della spesa pubblica sia già finanziata attraverso la tassazione degli istituti e che questo elemento debba essere incluso nella valutazione del nuovo contributo.

Da qui la richiesta di estendere il ragionamento ad altri comparti dell'economia. «Ci sono tantissime aziende in Italia che hanno degli utili ed è giusto allora considerare anche quelli», ha osservato, facendo riferimento alla crescita dei profitti registrata da imprese di altri settori.

La posizione di Messina è dunque che la solidarietà richiesta al sistema produttivo non debba tradursi in un prelievo concentrato su banche e assicurazioni, ma debba seguire criteri di equità e tenere conto della capacità contributiva delle diverse attività economiche.

Il ruolo delle banche nel finanziamento del debito pubblico

Nella sua argomentazione, l'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha richiamato anche il ruolo svolto dagli istituti di credito nel sostenere il debito italiano. Secondo i dati citati dal manager, le banche detengono circa 400 miliardi di euro di titoli di Stato italiani, mentre le compagnie assicurative ne possiedono altri 200 miliardi.

Messina sostiene che gli acquisti di titoli pubblici siano aumentati anche nel quadro della collaborazione avviata con il governo. Si tratta di un elemento rilevante perché il sistema bancario non contribuisce alle finanze pubbliche soltanto attraverso le imposte, ma svolge anche una funzione nel mercato del debito sovrano.

Questa esposizione, tuttavia, comporta rischi finanziari per gli istituti, soprattutto quando i tassi d'interesse aumentano e il valore di mercato delle obbligazioni già detenute può diminuire.

Il messaggio rivolto a Palazzo Chigi è che il rapporto tra Stato e banche dovrebbe essere valutato nel suo complesso, considerando sia le entrate fiscali sia il contributo al finanziamento del debito.

Il governo cerca risorse, ma resta aperto il confronto con il settore finanziario

La richiesta di un nuovo contributo si inserisce in una manovra che deve conciliare il sostegno al potere d'acquisto delle famiglie, gli interventi per le imprese e il rispetto dei vincoli di finanza pubblica. Il governo considera il settore finanziario una fonte di risorse aggiuntive, anche alla luce dei risultati ottenuti dalle banche negli ultimi anni e dei benefici derivanti dal precedente ciclo di rialzo dei tassi.

Il punto di scontro è quindi duplice: da un lato, l'esecutivo ha bisogno di entrate per finanziare le misure della legge di Bilancio; dall'altro, le banche chiedono che il nuovo prelievo non comprometta la prevedibilità del quadro fiscale e non si aggiunga agli impegni già concordati senza un confronto preventivo.

Restano da definire le modalità concrete del contributo, la sua ripartizione tra banche, assicurazioni e altri operatori finanziari e gli strumenti fiscali con cui il governo intende raggiungere l'obiettivo. Per questo i 5 miliardi indicano al momento la dimensione della richiesta prevista nella programmazione di bilancio, non un prelievo già definito in ogni dettaglio.

La partita, in definitiva, riguarda tanto le risorse quanto la fiducia tra istituzioni e sistema produttivo. Messina non chiude alla possibilità che le banche contribuiscano alle esigenze del Paese, ma chiede che gli impegni siano coerenti con gli accordi precedenti e che il peso della manovra venga distribuito anche su altri settori redditizi. La risposta del governo determinerà se il confronto resterà una trattativa sulle coperture oppure diventerà uno scontro più ampio sulla politica fiscale e sul rapporto tra Stato e sistema bancario.

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