Crescita salariale in Italia: il divario con l'Europa si allarga
Dal 1990 al 2024 le retribuzioni reali italiane sono scese dell'1,6%, mentre la media OCSE è cresciuta del 35%. Il gap con Germania, Francia e Spagna resta strutturale e pesa sul potere d'acquisto dei lavoratori.

- 01Dal 1990 al 2024 le retribuzioni reali lorde in Italia sono diminuite dell'1,6%, contro una crescita media del 35% nei Paesi OCSE.
- 02In Francia e Germania nello stesso periodo i salari reali sono cresciuti rispettivamente del 33,4% e del 32,9%.
- 03Nel 2025 il costo orario medio del lavoro nell'Unione Europea era pari a 34,9 euro, con forti differenze tra gli Stati membri, secondo Eurostat.
- 04L'Istat prevede per il 2026 una crescita del salario per dipendente del 2,4%, con prospettive limitate di recupero del potere d'acquisto.
Le retribuzioni reali lorde dei lavoratori dipendenti italiani sono diminuite dell'1,6% tra il 1990 e il 2024, mentre la media dei Paesi dell'OCSE nello stesso arco di tempo è salita del 35%: un divario strutturale che colloca l'Italia tra le economie avanzate con la peggiore performance salariale degli ultimi tre decenni.
Il confronto con i principali partner europei rende ancora più evidente la distanza accumulata: la crescita salariale reale in Francia e in Germania ha superato il 30% nel lungo periodo, mentre l'Italia arriva alla fase attuale dopo anni di stagnazione che nessuna ripresa contrattuale degli ultimi quattro anni è riuscita a colmare. Per i lavoratori italiani il risultato è un potere d'acquisto strutturalmente più debole rispetto a quello dei colleghi europei.
Cosa è successo
Secondo i dati OCSE, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni reali lorde dei lavoratori dipendenti a tempo pieno equivalente sono cresciute in media del 35% nei Paesi dell'organizzazione. La Francia ha registrato un aumento del 33,4%, la Germania del 32,9%. L'Italia, nello stesso periodo, ha visto le proprie retribuzioni reali scendere dell'1,6%.
Il quadro peggiora ulteriormente se si considera l'evoluzione effettiva delle forme occupazionali: tenendo conto della diffusione del part time e dei lavori discontinui, la perdita delle retribuzioni reali italiane raggiunge il 6,6%. È un segnale che il problema non riguarda soltanto il livello medio degli stipendi, ma anche la qualità e la distribuzione del lavoro.
Sul fronte contrattuale, l'Istat rileva che a fine giugno 2026 la quota di contratti collettivi nazionali in vigore per la parte retributiva copriva il 69,9% dei dipendenti e il 67,3% della massa salariale complessiva. A fine dicembre 2025 la copertura si attestava al 57,8% dei dipendenti — circa 7,6 milioni di lavoratori — e al 55,5% della massa salariale.
Il confronto europeo: dove si colloca l'Italia?
Nel 2025 il costo orario medio del lavoro nell'Unione Europea era pari a 34,9 euro, con un range che andava da 12,0 euro in Bulgaria a 56,8 euro in Lussemburgo, secondo i dati Eurostat estratti al 31 marzo 2026. Il dato italiano si inserisce in un contesto in cui i Paesi dell'Europa meridionale e orientale tendono a collocarsi nella fascia più bassa della distribuzione.
Nel 2024 il salario annuo medio a tempo pieno nell'Unione Europea era pari a 39.800 euro, in crescita del 5,2% rispetto all'anno precedente, secondo Eurostat. La crescita salariale nominale nell'area euro ha subito una decelerazione rispetto ai picchi del biennio 2022-2023, ma è rimasta sostenuta in molti Paesi membri, in particolare in quelli dell'Europa orientale e in quelli con salari di partenza più bassi.
Negli ultimi cinque anni, tuttavia, i salari orari reali nell'Unione Europea sono complessivamente diminuiti del 3% in termini reali, tenendo conto dell'inflazione: la crescita nominale non ha compensato l'erosione del potere d'acquisto causata dall'impennata dei prezzi del 2022 e del 2023. La crescita salariale è risultata più forte nei Paesi fuori dall'area euro e in quelli con salari di partenza più contenuti.
Le cicatrici dell'inflazione 2022-2023
La Commissione Europea, nel rapporto sugli sviluppi del mercato del lavoro e dei salari in Europa del 2024, ha evidenziato come le vulnerabilità siano aumentate in particolare per i lavoratori a basso reddito e per i gruppi a reddito medio. Le preoccupazioni sulla quota del lavoro nel reddito nazionale hanno sollevato questioni di equità distributiva in diversi Paesi membri.
L'Italia arriva alla nuova fase di moderazione salariale dopo un quarto di secolo di sostanziale stagnazione, il che rende la sua posizione strutturalmente più fragile rispetto a quella di Francia, Germania e Spagna, che hanno potuto contare su una base salariale reale più elevata prima dello shock inflazionistico.
Perché conta
Il divario salariale tra l'Italia e i principali partner europei non è un fenomeno congiunturale: è il risultato di decenni di crescita insufficiente della produttività. Le imprese italiane hanno investito meno dei concorrenti internazionali in tecnologia, innovazione e capitale umano, e la struttura produttiva è rimasta frammentata, con una forte presenza di piccole e piccolissime aziende con capacità limitata di sostenere investimenti di lungo periodo.
Il meccanismo è circolare: imprese poco produttive generano meno valore aggiunto e hanno meno spazio per aumentare gli stipendi; salari bassi rendono più difficile attrarre e trattenere competenze qualificate; la perdita di capitale umano riduce ulteriormente le possibilità di crescita. Nel 2022 le retribuzioni orarie medie in Italia nelle unità economiche con almeno 10 dipendenti erano pari a 15,9 euro per le donne e 16,8 euro per gli uomini, secondo i dati Istat sulla struttura delle retribuzioni.
Le proiezioni per il periodo 2026-2027 non offrono segnali di inversione rapida: secondo stime OCSE, i salari reali sono attesi in calo in Italia, Spagna, Francia e Regno Unito tra il primo trimestre del 2026 e il primo trimestre del 2027. Per l'Italia, gli alti costi energetici — legati alla forte dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas — rischiano di azzerare i recenti guadagni salariali reali, secondo Alexandre Georgieff, economista OCSE.
Le prospettive per il 2026
L'Istat, nel suo outlook economico per il 2025, indicava che nel terzo trimestre del 2025 la crescita delle retribuzioni contrattuali aveva mostrato una moderazione rispetto ai trimestri precedenti. Per il 2026 l'istituto di statistica proiettava una crescita del salario per dipendente pari in media al 2,4%, con prospettive limitate di recupero del potere d'acquisto perso negli anni precedenti.
Sul fronte europeo, le proiezioni per il 2026 indicano che le economie dell'Europa orientale continueranno a sovraperformare quelle dell'Europa occidentale in termini di crescita salariale nominale, ampliando ulteriormente il divario relativo con i Paesi a salari più elevati ma a crescita più lenta come l'Italia.
- Retribuzioni reali italiane: −1,6% tra il 1990 e il 2024 (OCSE)
- Media OCSE nello stesso periodo: +35%
- Francia: +33,4%; Germania: +32,9% (1990-2024, OCSE)
- Perdita reale italiana considerando part time e lavoro discontinuo: −6,6%
- Costo orario medio del lavoro nell'UE nel 2025: 34,9 euro (Eurostat)
- Salario annuo medio UE nel 2024: 39.800 euro, +5,2% (Eurostat)
- Crescita salariale per dipendente attesa in Italia nel 2026: 2,4% (Istat)
Cosa guardare adesso
- Ottobre 2026: aggiornamento pianificato dell'articolo Eurostat su salari e costo del lavoro nell'UE, con nuovi dati comparativi tra gli Stati membri.
- Rinnovi contrattuali in corso: l'evoluzione della copertura dei contratti collettivi nazionali — al 69,9% dei dipendenti a fine aprile 2026 secondo l'Istat — determinerà la velocità di trasmissione degli aumenti concordati alle buste paga effettive.
- Dinamica energetica: l'andamento dei prezzi di petrolio e gas sarà determinante per le retribuzioni reali italiane nel 2026-2027, secondo le stime OCSE.
- Produttività: i dati sulla crescita della produttività del lavoro in Italia e nei principali partner europei restano il principale indicatore strutturale da monitorare per valutare la sostenibilità di qualsiasi ripresa salariale.
Fonti:corriere.itec.europa.euec.europa.euit.euronews.comistat.itistat.itec.europa.eueuronews.comistat.itistat.itistat.itistat.itop.europa.eu
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