Bank of England alza i tassi al 4%: pesa la guerra Stati Uniti-Iran
La Bank of England porta i tassi dal 3,75% al 4% con otto voti contro uno, per la prima volta in oltre tre anni. Prevede inflazione verso il 5% a metà 2027.

- 01Tassi Bank of England dal 3,75% al 4%, primo rialzo in oltre tre anni
- 02Voto MPC 8 a 1: Catherine Mann chiedeva +0,5 punti, fino al 4,25%
- 03Inflazione prevista verso il 5% a metà 2027, era al 3,5% a settembre
- 04FTSE 100 in rialzo dello 0,7%, sterlina stabile
Bank of England alza i tassi al 4%: la guerra tra Stati Uniti e Iran riaccende l’inflazione e minaccia la ripresa britannica
La guerra tra Stati Uniti e Iran torna a condizionare le politiche monetarie delle principali banche centrali. La Bank of England ha deciso di aumentare i tassi d’interesse per la prima volta in oltre tre anni, portandoli dal 3,75% al 4%, e ha avvertito che potrebbe essere necessario un ulteriore intervento restrittivo se il conflitto in Medio Oriente dovesse proseguire.
La decisione, presa giovedì dal Monetary Policy Committee (MPC) con otto voti favorevoli e uno contrario, segnala un cambiamento significativo nella valutazione dei rischi economici da parte dell’istituto centrale britannico. Ma soprattutto, il risultato della votazione contiene un’indicazione ancora più importante: il dissenso non è arrivato da un componente del Comitato contrario all’aumento, come si aspettavano gli analisti interpellati da Reuters, bensì da un membro che avrebbe preferito una stretta monetaria ancora più consistente.
Un elemento che evidenzia quanto stia crescendo la preoccupazione per le prospettive dell’inflazione e per gli effetti di una crisi energetica prolungata.
Inflazione britannica verso il 5% nel 2027
Il problema per la Bank of England è che l’aumento dei prezzi dell’energia rischia di trasformarsi in una nuova ondata inflazionistica, proprio mentre il Regno Unito cerca di consolidare una crescita economica ancora fragile.
Secondo le previsioni della banca centrale, l’inflazione britannica potrebbe raggiungere circa il 5% nella metà del 2027, più del doppio rispetto all’obiettivo del 2%. A settembre era già salita al 3,5%, confermando l’inversione di tendenza rispetto al percorso di discesa dei prezzi.
Il governatore Andrew Bailey ha chiarito che l’aumento dei tassi non deve essere interpretato come l’inizio di una sequenza automatica di rialzi, ma ha anche avvertito che, senza una soluzione del conflitto in Medio Oriente, difficilmente quello di giovedì sarà l’ultimo intervento.
La posizione della Bank of England riflette un problema particolarmente delicato per la politica monetaria: i tassi d’interesse non possono ridurre il prezzo internazionale del petrolio e del gas, né ripristinare le catene di approvvigionamento interrotte dalla guerra. Possono però frenare la domanda interna e impedire che il rincaro iniziale dell’energia si propaghi al resto dell’economia, attraverso aumenti dei salari, dei prezzi dei beni e dei servizi e delle aspettative d’inflazione.
È proprio questo il rischio dei cosiddetti effetti di secondo livello, che la banca centrale vuole evitare. Se imprese e lavoratori iniziano ad adeguare sistematicamente prezzi e retribuzioni all’inflazione energetica, uno shock inizialmente temporaneo può trasformarsi in un fenomeno persistente.
La componente più aggressiva del Comitato è rappresentata da Catherine Mann, che ha votato per un aumento di mezzo punto percentuale, fino al 4,25%. La sua posizione evidenzia il timore che un intervento troppo graduale possa costringere la banca centrale a una stretta più severa nei mesi successivi.
Il rischio di una nuova frenata economica
La decisione della Bank of England ha implicazioni che vanno ben oltre il controllo dell’inflazione. Il Regno Unito rischia infatti di trovarsi davanti a una combinazione particolarmente sfavorevole: prezzi dell’energia elevati, costo del credito in aumento e consumi delle famiglie sotto pressione.
Il rialzo dei tassi al 4% si trasmetterà progressivamente al costo dei mutui, dei finanziamenti al consumo e dei prestiti alle imprese. Le famiglie con mutui a tasso variabile o con contratti in scadenza potrebbero ritrovarsi a pagare rate più elevate, mentre le aziende dovranno fare i conti con maggiori oneri finanziari proprio quando l’energia e gli altri fattori produttivi sono diventati più costosi.
La conseguenza potenziale è una riduzione degli investimenti, dei consumi e della domanda interna. Un effetto che rischia di accentuare le difficoltà di un’economia già caratterizzata da una crescita disomogenea.
C’è inoltre una questione politica. Il nuovo primo ministro Andy Burnham ha indicato il costo della vita come una delle priorità del suo governo. Una nuova accelerazione dell’inflazione, accompagnata da tassi più alti, renderebbe più difficile mantenere le promesse di alleggerimento della pressione economica sulle famiglie.
Il problema è che il governo dispone di margini limitati per intervenire: eventuali misure di sostegno ai consumi potrebbero infatti alimentare ulteriormente la domanda e complicare il lavoro della banca centrale.
Le conseguenze sui mercati finanziari
La decisione era in larga misura attesa dagli investitori, ma il risultato della votazione ha rafforzato le aspettative di una politica monetaria più restrittiva. Soprattutto perché il dissenso di Catherine Mann indica che all’interno del Comitato esiste una componente favorevole a interventi più incisivi.
I mercati finanziari stanno già incorporando la possibilità di ulteriori aumenti. Secondo Reuters, gli operatori arrivano a scontare circa tre rialzi da un quarto di punto nel corso del 2027. Una prospettiva più aggressiva rispetto alle valutazioni di molti economisti, che ritengono possibile un ciclo di interventi più contenuto.
La sterlina è rimasta sostanzialmente stabile dopo l’annuncio, mentre il FTSE 100 ha registrato un rialzo dello 0,7%. Sul mercato obbligazionario britannico, i rendimenti dei titoli di Stato hanno mostrato una reazione al rialzo, in particolare sulle scadenze brevi, sensibili alle aspettative sui tassi ufficiali.
La Bank of England apre una nuova fase per le banche centrali
La stretta britannica assume un significato particolare anche nel confronto internazionale. La Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno già intrapreso una fase di maggiore attenzione ai rischi inflazionistici legati alla guerra e alle conseguenze sui mercati energetici.
Il ritorno della Bank of England agli aumenti dei tassi, dopo oltre tre anni, conferma che lo shock energetico sta modificando le strategie delle autorità monetarie, costrette a confrontarsi con una situazione diversa da quella degli ultimi anni.
Il rischio è quello di una nuova stagflazione: inflazione elevata accompagnata da crescita debole. È uno scenario particolarmente insidioso perché le banche centrali devono scegliere tra due obiettivi potenzialmente in conflitto: contenere l’aumento dei prezzi oppure evitare che il costo del denaro finisca per soffocare ulteriormente l’economia.
Per il Regno Unito la sfida è ancora più complessa. Il Paese è importatore netto di energia e quindi particolarmente esposto alle conseguenze di un conflitto prolungato in Medio Oriente. Se petrolio e gas dovessero mantenersi su livelli elevati, il costo economico della guerra potrebbe trasferirsi rapidamente sulle bollette, sui trasporti, sulla produzione industriale e sui consumi.
La stessa Bank of England, tuttavia, non considera inevitabile una lunga sequenza di rialzi. Molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto, dalla traiettoria delle quotazioni energetiche e dalla capacità dell’economia britannica di assorbire lo shock senza innescare una nuova spirale tra salari e prezzi.
La vera incognita, dunque, non è soltanto quanto saliranno i tassi britannici, ma quanto a lungo la guerra costringerà le banche centrali a mantenere condizioni monetarie restrittive. Un interrogativo che riguarda ormai non soltanto il Regno Unito, ma l’intera economia europea e internazionale.
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