Da Hollywood a ByteDance: l’AI entra nel territorio delle proprietà intellettuali
La sfida tra Hollywood e l’intelligenza artificiale sta entrando in una nuova fase. Dopo mesi di cause, accuse e richieste di maggiore tutela, l’industria dell’intrattenimento sta iniziando a confrontarsi con una domanda destinata ad avere conseguenze economiche enormi: quanto vale il diritto di utilizzare le opere protette per addestrare e alimentare i sistemi di intelligenza artificiale?
Un passaggio significativo è arrivato il 17 agosto, quando ByteDance e la Motion Picture Association (MPA), che rappresenta i principali studios hollywoodiani, hanno annunciato un accordo per rafforzare le protezioni del copyright nei modelli di generazione video e immagini Seedance e Seedream. L’intesa arriva dopo le forti contestazioni sollevate dalla MPA nei confronti di Seedance, accusato di poter generare contenuti che riproducevano proprietà intellettuali protette. Il nuovo approccio segna un cambio di tono: invece di limitarsi allo scontro giudiziario, Hollywood e una delle principali aziende tecnologiche cinesi stanno cercando di definire regole e barriere per l'utilizzo dell'IP nell'AI.
Il punto centrale, però, va oltre ByteDance. Per gli studios il copyright non rappresenta soltanto una protezione giuridica, ma un vero patrimonio economico. Personaggi, film, sceneggiature, immagini e universi narrativi costituiscono asset che possono essere monetizzati attraverso cinema, streaming, merchandising, videogiochi e licensing. Se l'AI è in grado di apprendere da questi contenuti e successivamente generare immagini e video che ne riproducono personaggi o caratteristiche riconoscibili, la questione diventa inevitabilmente anche finanziaria: chi possiede quel valore e chi ha il diritto di monetizzarlo?
La guerra legale si allarga: Disney, Warner Bros. e Universal contro l'AI
Il fronte americano dimostra quanto la questione sia già diventata concreta. Disney e Universal hanno citato in giudizio Midjourney nel 2025, accusando la società di permettere agli utenti di generare immagini molto simili a personaggi protetti come Elsa, i Minions e altri protagonisti delle rispettive proprietà intellettuali. Warner Bros. Discovery ha successivamente presentato una propria causa contro Midjourney, contestando l'utilizzo di personaggi come Superman, Batman, Wonder Woman, Scooby-Doo e Bugs Bunny.
Il caso è particolarmente interessante perché tocca due questioni differenti ma strettamente collegate. La prima riguarda i materiali utilizzati per addestrare i modelli: le aziende AI possono raccogliere e utilizzare opere protette senza il consenso dei titolari dei diritti? La seconda riguarda invece ciò che il modello produce: se un utente può ottenere in pochi secondi un'immagine riconoscibile di un personaggio appartenente a Disney o Warner Bros., quella generazione costituisce una violazione del copyright o può rientrare nelle protezioni del cosiddetto fair use? Le risposte non sono ancora definitive e saranno i tribunali a contribuire a definire i confini di una tecnologia che si sta sviluppando molto più rapidamente della legislazione.
La battaglia non riguarda soltanto Midjourney. Nel 2025 Disney, Universal e Warner Bros. Discovery hanno fatto causa anche alla cinese MiniMax, accusando il suo generatore Hailuo AI di aver utilizzato proprietà intellettuali degli studios e di consentire agli utenti di creare contenuti basati su personaggi come Darth Vader, i Minions e Wonder Woman. Nel maggio 2026 un giudice federale statunitense ha respinto la richiesta di MiniMax di archiviare il procedimento, permettendo alla causa di proseguire.
Hollywood, dunque, sta costruendo un vero fronte comune. E dietro le cause giudiziarie c'è un principio economico semplice: se una società AI può trasformare milioni di opere protette in un servizio commerciale, gli studios vogliono evitare che il valore delle proprie librerie venga trasferito gratuitamente a un altro settore.
Europa e Italia: il copyright diventa una questione di regolamentazione
Se negli Stati Uniti la partita viene combattuta soprattutto nelle aule dei tribunali, l'Europa sta cercando di affrontarla anche attraverso la regolamentazione. L'AI Act impone ai fornitori di modelli di IA per finalità generali di adottare una politica per rispettare il diritto d'autore europeo e di pubblicare un riepilogo sufficientemente dettagliato dei contenuti utilizzati per addestrare i propri modelli.
Il passaggio è diventato ancora più significativo proprio in questo agosto. Dal 2 del mese, infatti, la Commissione Europea e le autorità nazionali hanno iniziato a far rispettare le norme relative ai modelli di IA per finalità generali e ai nuovi obblighi di trasparenza. Per i fornitori significa, tra le altre cose, dover affrontare in modo strutturato la questione del copyright e della provenienza dei contenuti utilizzati nel training. Le nuove regole europee sulla trasparenza prevedono inoltre obblighi relativi all'identificazione dei contenuti generati o manipolati dall'AI.
Anche l'Italia è entrata direttamente nella partita. Nel dicembre 2025 RTI e Medusa Film, società del gruppo MFE-MediaForEurope, hanno avviato davanti al Tribunale civile di Roma un'azione legale contro Perplexity AI, accusando la società di aver utilizzato senza autorizzazione contenuti audiovisivi e cinematografici di loro proprietà per addestrare i propri sistemi di intelligenza artificiale. Le due società chiedono al tribunale di riconoscere l'illiceità della condotta, bloccare l'utilizzo non autorizzato dei contenuti e ottenere il risarcimento dei danni. Si tratta, secondo RTI e Medusa, della prima azione legale italiana focalizzata sulle presunte violazioni del copyright legate all'uso dell'AI.
Il quadro internazionale comincia così a delinearsi: negli Stati Uniti Hollywood cerca di difendere le proprie proprietà intellettuali attraverso le cause, in Europa la regolamentazione punta sulla trasparenza e sul rispetto del diritto d'autore, mentre in Italia il conflitto è già arrivato davanti a un tribunale. Ma dietro tutti questi fronti si nasconde una domanda ancora più grande: l'AI dovrà pagare per ciò che impara?
Dal copyright al nuovo mercato delle licenze AI
La risposta potrebbe trasformare radicalmente il rapporto tra tecnologia e industria dell'intrattenimento. Se il materiale protetto utilizzato per addestrare un modello diventerà oggetto di licenze, gli studios potrebbero ritrovarsi davanti a una nuova fonte di ricavi. Le proprietà intellettuali potrebbero non essere più monetizzate soltanto attraverso film, serie televisive, merchandising e videogiochi, ma anche attraverso accordi con le società che sviluppano i modelli generativi.
Il precedente di Disney è particolarmente significativo. Il gruppo ha scelto infatti anche una strada diversa da quella esclusivamente giudiziaria, sviluppando partnership nel settore dell'AI e permettendo l'utilizzo controllato di alcune delle proprie proprietà intellettuali all'interno di piattaforme generative. È il possibile passaggio da un modello basato sulla protezione dell'IP a uno fondato sulla sua concessione regolamentata e remunerata.
È qui che il copyright smette di essere soltanto una questione legale e diventa una questione di mercato. Le aziende tecnologiche hanno bisogno di enormi quantità di dati per sviluppare modelli sempre più sofisticati; gli studios possiedono alcuni degli archivi creativi più preziosi al mondo. Tra questi due mondi potrebbe nascere un nuovo mercato delle licenze per il training e la generazione di contenuti. La vera partita, quindi, potrebbe non essere stabilire se Hollywood riuscirà a fermare l'intelligenza artificiale, ma quanto riuscirà a farsi pagare per permetterle di utilizzare la propria creatività.
L'intelligenza artificiale non sta soltanto cambiando il modo in cui vengono prodotti film e immagini. Sta mettendo in discussione il valore economico della creatività stessa. E mentre Stati Uniti, Europa e Italia cercano strade diverse per regolamentare il fenomeno, una cosa appare sempre più evidente: nella prossima fase della rivoluzione AI, il copyright potrebbe diventare una delle materie prime più preziose dell'economia digitale.
Andrea Pelucchi