Accise sul carburante: 90 anni di promesse mancate

Dalla guerra d'Etiopia del 1935 ai governi Meloni e Renzi: la storia delle accise sui carburanti italiani, undici aumenti dal 1995 a oggi e zero abolizioni


Le accise sul carburante: un prelievo da 90 anni

Le accise sui carburanti rappresentano oggi circa il 23% del prezzo finale alla pompa in Italia, una quota che si traduce in miliardi di euro di gettito annuo per le casse dello Stato. Eppure la loro origine non ha nulla a che fare con una politica fiscale organica: nasce da un'emergenza bellica del 1935 e si è perpetuata attraverso decenni di crisi, catastrofi e manovre di bilancio. Dal 1995 a oggi si contano almeno undici aumenti delle accise, approvati da governi di ogni colore politico, e zero abolizioni. Il tema è tornato al centro del dibattito pubblico nel 2026, alimentato da promesse elettorali sistematicamente disattese da Matteo Renzi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

1935: la prima accisa e la guerra d'Etiopia

Il primo prelievo fiscale specifico sui carburanti in Italia fu introdotto dal regime fascista nel 1935 per finanziare la campagna militare in Africa Orientale, la cosiddetta guerra d'Etiopia. Si trattava di una misura emergenziale, concepita come temporanea e straordinaria, destinata a coprire i costi di un'operazione militare che il bilancio ordinario non avrebbe potuto sostenere. Come spesso accade nella storia fiscale italiana, la misura temporanea divenne strutturale: l'accisa non fu mai abolita al termine del conflitto, ma incorporata nel sistema tributario ordinario.

Questo meccanismo — l'emergenza come vettore di nuova fiscalità permanente — costituisce il filo conduttore dell'intera storia delle accise sui carburanti italiani. Una misura nata per finanziare una guerra coloniale è ancora oggi parte integrante del prezzo che ogni automobilista paga al distributore.

Dalle emergenze del dopoguerra al canale di Suez e al Vajont

Il modello inaugurato nel 1935 fu replicato con regolarità nel corso del Novecento. Nel 1956, la crisi del canale di Suez — che minacciò le forniture petrolifere mondiali — fornì la giustificazione per un nuovo incremento del prelievo. Nel 1963, il disastro del Vajont, che causò quasi duemila vittime nel bellunese, generò la necessità di finanziare la ricostruzione: anche in quel caso, parte del costo fu scaricata sulle accise. Terremoti, alluvioni e altre calamità nazionali si aggiunsero nel tempo alla lista delle motivazioni ufficiali.

Il risultato è un'accisa composita, stratificata su decenni di emergenze, che nessun governo ha mai avuto la volontà politica — o la capacità finanziaria — di smontare. Ogni voce aggiunta per far fronte a una crisi è rimasta nel sistema, trasformando il carburante in un serbatoio fiscale di comodo.

Undici aumenti dal 1995 a oggi: la cronologia degli incrementi

Se la storia ottocentesca delle accise è dominata dalle emergenze, quella più recente è caratterizzata da una continuità bipartisan che smentisce qualsiasi lettura ideologica del fenomeno. Dal 1995 al 2026, le accise sui carburanti sono state aumentate almeno undici volte, a opera di governi di centrosinistra e di centrodestra, in un alternarsi che rende impossibile attribuire la responsabilità a un solo schieramento.

I governi di centrosinistra e gli aumenti strutturali

Durante le legislature a guida progressista, gli aumenti delle accise furono spesso giustificati con la necessità di coprire disavanzi di bilancio, finanziare misure sociali o rispettare i parametri europei di Maastricht. Le motivazioni ufficiali variarono — dall'emergenza ambientale alle esigenze di copertura delle manovre finanziarie — ma l'esito fu invariabilmente lo stesso: un incremento del prelievo sul carburante. La retorica della giustizia fiscale non impedì ai governi di centrosinistra di ricorrere a uno strumento che colpisce in modo proporzionalmente più pesante i redditi medio-bassi, in particolare nelle aree prive di trasporto pubblico efficiente.

I governi di centrodestra e la continuità del prelievo

I governi di centrodestra non si comportarono diversamente. Nonostante la retorica anti-tasse che caratterizza storicamente quella parte dello spettro politico, gli esecutivi a guida Berlusconi, e successivamente quelli con la partecipazione della Lega e di Fratelli d'Italia, non procedettero ad alcuna riduzione strutturale delle accise. In alcuni casi, le aumentarono. La contraddizione tra le posizioni espresse in campagna elettorale e le scelte di bilancio effettive è documentata e misurabile: le accise crebbero indipendentemente da chi occupasse Palazzo Chigi.

Le promesse elettorali: da Renzi a Meloni, passando per Salvini

La storia delle promesse sulle accise è, in sintesi, la storia di impegni solenni mai onorati. Tre leader in particolare hanno costruito parte del loro capitale politico sull'annuncio di un taglio o di un'abolizione del prelievo, salvo poi non dare seguito alle dichiarazioni una volta raggiunto il governo.

Renzi e il mancato taglio annunciato

Matteo Renzi, durante la sua esperienza a Palazzo Chigi tra il 2014 e il 2016, aveva annunciato pubblicamente l'intenzione di eliminare le accise storiche, quelle legate alle emergenze del passato — dall'Etiopia al Vajont — che erano diventate simbolo dell'irrazionalità del sistema fiscale italiano. L'impegno fu comunicato con la consueta enfasi riformista, ma non fu mai tradotto in un provvedimento legislativo concreto. Le accise storiche rimasero in vigore per tutta la durata del governo Renzi. Le ragioni addotte furono essenzialmente di natura finanziaria: la copertura necessaria per compensare il mancato gettito non fu mai individuata in modo credibile.

Salvini e il dibattito pubblico sulle accise

Matteo Salvini ha fatto delle accise uno dei temi ricorrenti della sua comunicazione politica, in particolare durante i periodi di opposizione. Le sue dichiarazioni — spesso corredate da grafici e post sui social media che elencavano le voci storiche del prelievo — hanno contribuito a diffondere la consapevolezza pubblica sul tema, ma anche alcune semplificazioni fuorvianti. Quando la Lega è entrata al governo, prima nel 2018-2019 e poi dal 2022 in poi, le accise non furono ridotte. La distanza tra le posizioni espresse in opposizione e le scelte adottate durante le esperienze di governo è stata rilevata da diversi organi di fact-checking.

Meloni: l'abolizione promessa e la lettera morta

Giorgia Meloni aveva inserito l'abolizione delle accise storiche tra i punti programmatici di Fratelli d'Italia, riprendendo un impegno che aveva caratterizzato la campagna elettorale del 2022. Al luglio 2026, quella promessa è rimasta lettera morta. Il governo Meloni non ha approvato alcun provvedimento di riduzione strutturale delle accise sui carburanti. Come rilevato da fonti di fact-checking, l'esecutivo non è stato neppure in grado di presentare una proposta legislativa organica sul tema. Le dichiarazioni ufficiali hanno continuato a evocare l'obiettivo, senza che a esse seguissero atti concreti.

Perché le accise non vengono mai abolite: la logica fiscale

Per comprendere la persistenza delle accise sui carburanti, è necessario analizzare le ragioni strutturali che le rendono una fonte di gettito difficilmente rinunciabile per qualsiasi governo, indipendentemente dall'orientamento politico.

Un gettito stabile e politicamente conveniente

Come osservato dall'economista dei trasporti Marco Ponti, la tassa sulla benzina è storicamente una fonte crescente di entrate per lo Stato che non provoca né resistenze sociali significative né riduzioni apprezzabili dei consumi. A differenza di altre imposte, il prelievo sul carburante è incorporato nel prezzo e percepito come inevitabile dalla maggior parte dei contribuenti. Non esiste una categoria organizzata di contribuenti che si mobiliti specificamente contro le accise con la stessa intensità con cui altri gruppi resistono ad altre forme di tassazione. Questa caratteristica la rende politicamente conveniente: genera gettito senza costi elettorali proporzionali.

Il gettito complessivo derivante dalle accise sui carburanti ammonta a decine di miliardi di euro annui, una cifra che rende qualsiasi ipotesi di abolizione integrale incompatibile con gli equilibri di bilancio in assenza di coperture alternative di pari entità.

Il peso delle accise sul prezzo finale: il 23% alla pompa

Le accise rappresentano circa il 23% del prezzo finale al dettaglio del carburante in Italia. A questa quota va aggiunta l'IVA, che si applica anche sull'importo delle accise stesse — generando la cosiddetta "tassa sulla tassa" — portando la componente fiscale complessiva a oltre il 50% del prezzo alla pompa. Nel confronto europeo, l'Italia si colloca tra i Paesi con la pressione fiscale più elevata sui carburanti, sebbene non sia l'unico Stato membro a mantenere un sistema di accise storicamente stratificato. La differenza rispetto ad altri Paesi risiede nella trasparenza del sistema e nella capacità di comunicare ai cittadini la composizione effettiva del prezzo.

Fact-checking e prospettive: cosa può cambiare davvero

Il dibattito pubblico sulle accise è stato spesso inquinato da affermazioni imprecise o strumentali. Un'analisi basata su dati ufficiali consente di separare i fatti verificabili dalle narrazioni politiche.

Le leggende metropolitane sulle accise: cosa dice il fact-checking

Tra le affermazioni più diffuse e più inesatte figura quella secondo cui le accise storiche — legate all'Etiopia, al Vajont, al canale di Suez — rappresentino ancora oggi una quota rilevante del prelievo complessivo. In realtà, le voci storiche sono state nel tempo riassorbite e riformulate all'interno di un'accisa unificata: la loro abolizione formale avrebbe un impatto simbolico più che finanziario. Il problema reale non è la denominazione delle singole voci, ma l'entità complessiva del prelievo. Un'altra affermazione ricorrente — quella secondo cui l'Italia avrebbe le accise più alte d'Europa — non trova riscontro nei dati comparativi dell'Agenzia Internazionale dell'Energia e della Commissione Europea, che collocano il Paese in una posizione medio-alta ma non eccezionale nel contesto continentale.

Scenari di riforma: vincoli di bilancio e margini di manovra

Una riduzione strutturale delle accise sui carburanti è tecnicamente possibile, ma richiede condizioni che nessun governo italiano ha finora soddisfatto simultaneamente. In primo luogo, è necessaria una copertura finanziaria credibile: il mancato gettito deve essere compensato da tagli di spesa equivalenti o da nuove entrate. In secondo luogo, i vincoli europei sul deficit — rafforzati dalla riforma del Patto di Stabilità e Crescita — limitano il margine di manovra discrezionale. In terzo luogo, una riforma organica richiederebbe un consenso politico trasversale che, storicamente, non si è mai formato su questo tema.

Al luglio 2026, nessuna delle condizioni sopra elencate appare prossima a realizzarsi. Le prospettive di una riduzione significativa delle accise rimangono subordinate a una revisione complessiva della struttura fiscale italiana che, per ora, non è all'ordine del giorno di alcun governo. La storia degli ultimi novant'anni suggerisce che, in assenza di un cambiamento strutturale nelle priorità di bilancio, le accise sui carburanti continueranno a rappresentare uno dei pilastri silenziosi della fiscalità italiana.


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