La mossa della Procura di Roma: il conflitto di attribuzione
La Procura di Roma è pronta a sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale nel caso in cui l'Assemblea della Camera dei Deputati, in seduta plenaria, confermasse il diniego già espresso dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere sull'acquisizione delle chat di Andrea Delmastro Delle Vedove. La decisione, annunciata dagli inquirenti romani nelle ore successive al voto del 22 luglio 2026, rappresenta un'escalation istituzionale di rilievo: per la prima volta nel caso Delmastro, la magistratura prospetta formalmente il ricorso a uno strumento costituzionale estremo per contestare una prerogativa parlamentare. La posta in gioco non riguarda soltanto le sorti dell'inchiesta denominata Bisteccheria d'Italia, ma investe l'equilibrio tra potere giudiziario e potere legislativo nell'ordinamento repubblicano.
Cos'è il conflitto di attribuzione e come funziona
Il conflitto di attribuzione è un istituto previsto dall'articolo 134 della Costituzione e disciplinato dalla legge n. 87 del 1953, che consente a un potere dello Stato di adire la Corte Costituzionale quando ritiene che un altro potere abbia invaso la propria sfera di competenza o ne abbia menomato le attribuzioni. Nel caso in esame, la Procura di Roma sostiene che il diniego parlamentare all'acquisizione delle chat impedisca illegittimamente lo svolgimento delle indagini penali, configurando un'interferenza del potere legislativo nell'esercizio della funzione giurisdizionale. Qualora il ricorso venisse ammesso, la Corte Costituzionale sarebbe chiamata a stabilire quale dei due poteri — giudiziario o legislativo — abbia agito nei limiti delle proprie attribuzioni costituzionali, con una pronuncia destinata a produrre effetti di sistema ben oltre il singolo procedimento.
La posizione della Procura: «Indagini impedite»
Secondo la Procura di Roma, il rifiuto della Camera di concedere l'accesso alle conversazioni di Delmastro costituisce un ostacolo concreto e illegittimo all'esercizio dell'azione penale. I magistrati ritengono che le chat siano elementi probatori essenziali nell'ambito dell'inchiesta in corso e che la loro mancata acquisizione pregiudichi irreparabilmente la ricostruzione dei fatti contestati all'ex sottosegretario. La formula utilizzata dagli inquirenti — «impedite le indagini» — segnala con precisione la gravità con cui la Procura valuta l'impatto del voto parlamentare sull'iter giudiziario, e costituisce la premessa argomentativa su cui si fonderebbe l'eventuale ricorso alla Corte Costituzionale.
Il voto della Giunta del 22 luglio 2026
Il 22 luglio 2026 la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati ha respinto la richiesta avanzata dalla Procura di Roma volta ad acquisire le conversazioni — in particolare le chat — intercorse tra Andrea Delmastro Delle Vedove, ex sottosegretario alla Giustizia nel governo Meloni, e altri soggetti nell'ambito dell'inchiesta Bisteccheria d'Italia. Il voto della Giunta non è tuttavia definitivo: spetta all'Assemblea plenaria della Camera ratificarlo o ribaltarlo. L'esito del voto in Aula costituisce pertanto il fattore determinante per le prossime mosse della magistratura: soltanto una conferma del diniego da parte dell'Assemblea innescherebbe formalmente la valutazione del conflitto di attribuzione. Un'eventuale inversione di rotta dell'Aula consentirebbe invece agli inquirenti di procedere all'acquisizione delle chat senza ulteriori ostacoli istituzionali.
L'inchiesta sulla «Bisteccheria d'Italia»: il contesto
L'indagine che coinvolge Delmastro è denominata Bisteccheria d'Italia ed è condotta dalla Procura di Roma. Le chat oggetto della contesa tra magistratura e Parlamento sono ritenute dagli inquirenti centrali per la ricostruzione dei fatti contestati all'ex sottosegretario alla Giustizia. Andrea Delmastro Delle Vedove, esponente di Fratelli d'Italia, aveva ricoperto la carica di sottosegretario alla Giustizia nel governo Meloni prima di lasciare l'incarico. La natura delle comunicazioni e il loro contenuto specifico non sono stati resi pubblici dagli inquirenti, ma la Procura ha chiarito che la loro acquisizione è ritenuta indispensabile per il prosieguo delle indagini. Il diniego parlamentare blocca di fatto questo passaggio istruttorio, rendendo necessario — secondo i magistrati — il ricorso agli strumenti costituzionali di risoluzione del conflitto.
Il nodo costituzionale: immunità parlamentare e azione penale
Il caso Delmastro riapre con forza il dibattito sul perimetro delle prerogative parlamentari e sui limiti entro cui la Camera può opporre un diniego alle richieste della magistratura. L'articolo 68 della Costituzione disciplina l'immunità dei parlamentari, stabilendo che le intercettazioni e l'acquisizione di comunicazioni dei membri del Parlamento richiedono l'autorizzazione della Camera di appartenenza. Tuttavia, l'applicazione di questa norma alle comunicazioni private — e in particolare alle chat — è oggetto di interpretazioni divergenti tra dottrina costituzionalistica e giurisprudenza della Corte Costituzionale. Il potenziale conflitto di attribuzione metterebbe la Corte nella posizione di dover tracciare un confine più netto tra tutela del mandato parlamentare ed effettività dell'azione penale, due valori entrambi radicati nel testo costituzionale.
Precedenti giurisprudenziali rilevanti
La Corte Costituzionale ha già affrontato in passato conflitti di attribuzione tra potere giudiziario e Parlamento in materia di intercettazioni e acquisizione di comunicazioni di parlamentari. Tali precedenti — tra cui si annoverano pronunce che hanno ridefinito i confini operativi tra i due poteri — costituiscono il quadro di riferimento entro cui si inserirebbe un eventuale ricorso della Procura di Roma. In diverse occasioni la Corte ha riconosciuto la legittimità delle richieste della magistratura, stabilendo che il diniego parlamentare deve essere sorretto da motivazioni specifiche e non può tradursi in una protezione generalizzata del parlamentare dall'azione penale. L'esito di quei conflitti ha prodotto effetti di lungo periodo sull'equilibrio istituzionale, e una nuova pronuncia in materia Delmastro potrebbe aggiornare ulteriormente quella giurisprudenza.
Scenari e prossime tappe: cosa succede ora
Il passaggio decisivo è il voto dell'Assemblea della Camera, che dovrà pronunciarsi sulla decisione della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Gli scenari sono essenzialmente due:
- L'Aula conferma il diniego: la Procura di Roma valuterà formalmente l'attivazione del conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. I tempi di un eventuale giudizio costituzionale si misurano in mesi, con possibili ripercussioni sull'intera inchiesta Bisteccheria d'Italia.
- L'Aula ribalta la decisione della Giunta: i magistrati potranno procedere all'acquisizione delle chat e proseguire le indagini senza ulteriori ostacoli istituzionali, rendendo superfluo il ricorso alla Corte Costituzionale.
Al di là dell'esito immediato, il caso Delmastro si configura come un banco di prova significativo per i rapporti tra potere giudiziario e potere legislativo nell'Italia del 2026. La vicenda si inserisce in un contesto politico già segnato da tensioni sul tema della riforma della giustizia e sul perimetro dell'indipendenza della magistratura. Una pronuncia della Corte Costituzionale in materia di conflitto di attribuzione avrebbe inevitabilmente ricadute sul dibattito più ampio, contribuendo a definire — o ridefinire — le regole del rapporto tra i poteri dello Stato in una fase di trasformazione istituzionale.
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