Gli attacchi USA aggravano la crisi nel sud dell'Iran: cresce la sofferenza, non la protesta contro il regime

I bombardamenti americani sulle infrastrutture del sud dell'Iran stanno peggiorando le condizioni di vita della popolazione senza alimentare una nuova ondata di proteste contro il governo di Teheran. Molti cittadini, pur critici verso il regime, attribuiscono oggi la responsabilità delle proprie difficoltà soprattutto agli Stati Uniti e al presidente Donald Trump


Il sud dell'Iran paga il prezzo più alto del conflitto

Le province meridionali dell'Iran, affacciate sullo Stretto di Hormuz e ricche di infrastrutture energetiche e portuali, sono diventate uno degli obiettivi principali della campagna militare statunitense.

Washington sostiene che gli attacchi siano finalizzati a limitare la capacità di Teheran di minacciare il traffico marittimo nello stretto strategico. Le autorità iraniane, invece, accusano gli Stati Uniti di colpire infrastrutture civili e obiettivi che vanno ben oltre le esigenze militari.

Secondo numerose testimonianze raccolte da Reuters tra gli abitanti della regione, gli effetti dei bombardamenti si riflettono soprattutto sulla vita quotidiana della popolazione.


La rabbia si rivolge contro Trump, non contro il governo

Molti residenti del sud dell'Iran, tradizionalmente ostili alla Repubblica Islamica, affermano che gli attacchi americani abbiano aggravato una situazione economica già molto difficile.

Amin, proprietario di una piccola pensione turistica, racconta che il conflitto ha praticamente distrutto la sua attività.

«Trump ha rovinato la nostra vita più dei governanti islamici», afferma.

La convinzione diffusa è che i bombardamenti abbiano colpito infrastrutture essenziali, aumentando disoccupazione, povertà e difficoltà economiche.


Nessuna nuova rivolta contro il regime

Nonostante il malcontento verso il governo iraniano sia rimasto forte negli ultimi anni, nessuna delle persone intervistate da Reuters sostiene la possibilità di nuove manifestazioni anti-governative nel pieno della guerra.

L'obiettivo dichiarato da Donald Trump di favorire un'insurrezione interna contro la leadership iraniana non sembra quindi essersi concretizzato.

Anzi, il conflitto ha rafforzato un sentimento nazionalista che spinge molti oppositori del regime a mettere temporaneamente da parte le divisioni politiche.


Anche gli oppositori sono pronti a difendere il Paese

Reza, insegnante in pensione e veterano della guerra Iran-Iraq, racconta di non avere alcuna simpatia per il sistema teocratico iraniano.

Suo figlio era stato arrestato durante le proteste popolari di gennaio.

Nonostante questo, sostiene che sarebbe pronto a combattere contro gli Stati Uniti.

«Se il mio Paese avrà bisogno di me, prenderò di nuovo le armi. Non per questo regime, ma per la terra sotto i miei piedi.»

Una posizione condivisa da diversi cittadini intervistati.


Anni di abbandono aggravati dalla guerra

Le province di Hormozgan, Bushehr, Khuzestan e Sistan-Baluchistan ospitano gran parte della produzione energetica iraniana, ma da decenni lamentano scarsi investimenti pubblici.

La regione è abitata anche da numerose minoranze etniche e religiose, tra cui arabi, baluci e musulmani sunniti, che denunciano da tempo discriminazioni economiche e sociali.

Molti residenti lamentano infrastrutture obsolete, servizi pubblici insufficienti e una rete elettrica incapace di sostenere le temperature estive superiori ai 40 gradi.


Blackout, mancanza d'acqua e paura quotidiana

Gli attacchi americani hanno aggravato problemi già esistenti.

Le interruzioni di corrente sono sempre più frequenti e compromettono anche il funzionamento delle pompe idriche.

Hadi, proprietario di un negozio nella provincia del Khuzestan, descrive una situazione ormai insostenibile.

«Senza elettricità per ore restiamo anche senz'acqua. Con questo caldo è diventato impossibile vivere.»

Secondo numerosi abitanti, il conflitto ha trasformato la vita quotidiana in una continua emergenza.


Le minoranze restano critiche verso Teheran

Le minoranze etniche dell'Iran continuano a denunciare discriminazioni e carenza di investimenti.

Tra le principali rivendicazioni figurano:

  1. maggiore utilizzo delle lingue locali nelle scuole;
  2. migliori servizi sanitari;
  3. tutela ambientale;
  4. maggiori opportunità economiche;
  5. investimenti nelle infrastrutture.

Tuttavia, la guerra ha momentaneamente relegato queste rivendicazioni in secondo piano.


Tra paura e desiderio di pace

A Konarak, nella provincia del Sistan-Baluchistan, l'ingegnere Majid racconta che ogni notte è scandita dalle esplosioni e ogni giorno da caldo estremo, blackout e timore di restare senz'acqua.

Anche gli studenti risentono della situazione.

Samad, liceale di Bushehr, spiega di non riuscire più a preparare gli esami.

«Volevo la libertà, ma guardate cosa ci ha portato Trump.»

Teheran teme una crisi economica prolungata

Sebbene il conflitto non abbia provocato una nuova ondata di proteste, gli analisti ritengono che la leadership iraniana continui a guardare con preoccupazione all'evoluzione della situazione economica.

Un eventuale prolungamento della guerra e delle difficoltà economiche potrebbe infatti alimentare nuove tensioni sociali, soprattutto tra le fasce di popolazione più colpite dall'inflazione, dalla disoccupazione e dal deterioramento dei servizi pubblici.

Per il momento, però, il sentimento prevalente nel sud dell'Iran sembra essere quello di chiedere la fine delle ostilità piuttosto che un cambio di regime.