Trump prepara nuove opzioni militari contro l'Iran: i raid Usa aprono la strada a un'escalation

Secondo funzionari americani, gli ultimi attacchi stanno smantellando le difese iraniane per offrire al presidente Donald Trump un ventaglio più ampio di opzioni militari. Ma cresce il dibattito sull'efficacia strategica della campagna e sui rischi per lo Stretto di Hormuz


I più recenti bombardamenti statunitensi contro obiettivi militari iraniani non avrebbero soltanto lo scopo di costringere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz. Secondo quanto riferiscono diversi funzionari americani a Reuters, gli attacchi starebbero preparando il terreno per eventuali operazioni militari ancora più ampie, qualora il presidente Donald Trump decidesse di intensificare il conflitto.

L'offensiva, ormai giunta al quinto mese dopo la ripresa della guerra tra Stati Uniti e Iran, punta a ridurre progressivamente le capacità difensive della Repubblica Islamica, aumentando al tempo stesso la libertà d'azione della Casa Bianca.

I raid preparano il terreno per nuove operazioni

Secondo tre funzionari statunitensi citati da Reuters, gli attacchi delle ultime settimane stanno colpendo sistemi di difesa aerea, radar costieri, basi missilistiche, infrastrutture per droni e mezzi navali iraniani.

Uno dei funzionari ha definito queste operazioni come vere e proprie "shaping operations", ovvero missioni preliminari destinate a degradare le capacità difensive del nemico prima di un'eventuale offensiva di maggiore portata.

L'obiettivo sarebbe quello di offrire al presidente Trump un numero crescente di opzioni operative nel caso decidesse di autorizzare un ulteriore salto di qualità nella campagna militare.

Trump non esclude un'ulteriore escalation

Donald Trump continua a mantenere un atteggiamento volutamente ambiguo sulle prossime mosse degli Stati Uniti.

Dopo aver notificato formalmente al Congresso la ripresa delle ostilità contro l'Iran, il presidente ha lasciato intendere che tutte le opzioni restano sul tavolo.

Nei giorni scorsi ha dichiarato di aver evitato finora di colpire direttamente le infrastrutture energetiche iraniane, ma ha aggiunto che potrebbe prendere in considerazione un'azione contro l'isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere dell'Iran.

«Se riusciremo a indebolirli abbastanza, lo farei», ha affermato in un'intervista a Fox News.

Kharg Island e Pickaxe Mountain tra gli obiettivi possibili

Già nei mesi scorsi Reuters aveva rivelato l'esistenza di piani militari statunitensi che prevedevano la possibilità di occupare temporaneamente Kharg Island per interrompere definitivamente le esportazioni petrolifere iraniane.

Un'operazione di questo tipo comporterebbe tuttavia rischi elevatissimi, poiché l'isola potrebbe essere bersaglio di missili e droni lanciati dalla terraferma iraniana.

Parallelamente Trump ha evocato anche la possibilità di colpire Pickaxe Mountain, il complesso sotterraneo collegato al programma nucleare iraniano e considerato uno dei siti meglio protetti del Paese.

L'Iran mantiene ancora capacità offensive

Nonostante i pesanti danni subiti dall'inizio della campagna militare avviata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele, l'Iran conserva ancora una significativa capacità di impiego di missili balistici e droni.

Secondo Washington, Teheran continua inoltre a rappresentare una minaccia per la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz e per gli alleati americani nel Golfo Persico.

Proprio questa capacità residua costituisce una delle principali preoccupazioni dell'amministrazione statunitense.

Vittorie tattiche, ma obiettivi politici ancora lontani

All'interno degli Stati Uniti cresce però il dibattito sull'efficacia complessiva della strategia americana.

Diversi esponenti del Congresso e analisti ritengono che, pur avendo inflitto pesanti perdite alle forze convenzionali iraniane e all'industria della difesa, la campagna non abbia raggiunto il suo obiettivo politico principale: costringere Teheran a fare concessioni nei negoziati.

Anzi, secondo i critici, il conflitto avrebbe rafforzato la capacità iraniana di utilizzare lo Stretto di Hormuz come leva strategica, mettendo sotto pressione uno dei principali corridoi energetici mondiali.

Il dibattito all'interno dell'amministrazione

Secondo funzionari americani, anche all'interno dell'amministrazione Trump esistono sensibilità differenti sull'evoluzione del conflitto.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth sarebbe tra i principali sostenitori di un'ulteriore escalation militare, mentre altri consiglieri inviterebbero a mantenere aperto uno spazio negoziale.

L'ex funzionario del Pentagono Imran Bayoumi ritiene che molte delle dichiarazioni pubbliche del presidente abbiano soprattutto una funzione psicologica.

L'obiettivo sarebbe quello di mantenere l'Iran nell'incertezza sulle reali intenzioni di Washington, aumentando la pressione diplomatica senza necessariamente anticipare le decisioni operative.

Una guerra che continua a ridefinire gli equilibri regionali

Con il conflitto entrato nel quinto mese, gli Stati Uniti sembrano intenzionati a mantenere alta la pressione militare sull'Iran, pur senza chiarire quale sarà il punto di arrivo della campagna.

La progressiva distruzione delle difese iraniane amplia certamente le opzioni a disposizione della Casa Bianca, ma aumenta anche il rischio di un allargamento del conflitto in un'area dalla quale transita una quota decisiva delle forniture energetiche mondiali.