Ponte Morandi, dopo otto anni arriva il primo verdetto: il 16 luglio la sentenza sul crollo di Genova

Dopo quasi quattro anni di processo e 284 udienze, il tribunale di Genova si prepara a pronunciarsi sul disastro che il 14 agosto 2018 provocò 43 vittime. Alla sbarra 57 imputati tra ex dirigenti di Autostrade, Atlantia e funzionari pubblici


A quasi otto anni dal crollo del Ponte Morandi, una delle più gravi tragedie infrastrutturali della storia italiana recente, il processo penale entra nella sua fase decisiva. Il 16 luglio 2026 il Tribunale di Genova emetterà la sentenza di primo grado nei confronti dei 57 imputati accusati, a vario titolo, di responsabilità per il crollo del viadotto avvenuto il 14 agosto 2018.

Il procedimento, iniziato nel luglio 2022, ha richiesto 284 udienze distribuite in quasi quattro anni, trasformandosi in uno dei processi più complessi mai celebrati in Italia in materia di sicurezza delle infrastrutture.

Una tragedia che sconvolse l'Italia

La mattina del 14 agosto 2018, durante un violento temporale, una parte del viadotto Polcevera, conosciuto come Ponte Morandi, collassò improvvisamente mentre decine di veicoli stavano attraversando l'autostrada A10.

Nel crollo persero la vita 43 persone, mentre centinaia di famiglie furono costrette ad abbandonare le proprie abitazioni per motivi di sicurezza.

L'evento provocò un profondo shock nel Paese, aprendo un intenso dibattito sullo stato delle infrastrutture italiane, sulla manutenzione della rete autostradale e sulle responsabilità dei concessionari.

Tra le vittime vi era Andrea Cerulli, 48 anni, diretto quella mattina al porto di Voltri. La sua automobile fu tra le ultime a precipitare nel vuoto.

Il figlio: "È giusto che venga fatta giustizia"

Otto anni dopo, il figlio Cesare Cerulli, che nel 2018 aveva appena dieci anni, è ormai prossimo a iniziare l'università.

Ricordando quella giornata, racconta che si trovava in vacanza in Calabria quando avvenne il crollo e che soltanto al ritorno a Genova la madre gli comunicò la morte del padre.

Il giovane afferma di non aver mai coltivato sentimenti di vendetta, ma di attendere che la magistratura faccia piena luce sulle responsabilità.

Per lui, così come per molte altre famiglie delle vittime, la sentenza rappresenta soprattutto la ricerca della verità e della giustizia.

Cinquantasette imputati davanti al tribunale

Alla sbarra siedono 57 imputati, tra cui:

  1. ex dirigenti e manager di Autostrade per l'Italia;
  2. ex dirigenti della holding Atlantia;
  3. tecnici della società di manutenzione Spea;
  4. ex funzionari del Ministero delle Infrastrutture.

Tutti gli imputati hanno respinto le accuse.

La Procura di Genova ha richiesto pene comprese tra 2 anni e 4 mesi fino a 18 anni e 6 mesi di reclusione per le imputazioni più gravi.

Alcuni reati minori, come diverse contestazioni di falso documentale, risultano nel frattempo prescritti.

L'accusa: manutenzione insufficiente e allarmi ignorati

Secondo la Procura, il crollo sarebbe stato il risultato di anni di manutenzione inadeguata, controlli insufficienti e interventi rinviati nonostante i segnali di deterioramento della struttura.

Gli inquirenti sostengono che lavori ritenuti indispensabili sarebbero stati posticipati mentre la gestione dell'infrastruttura continuava a generare profitti.

L'impianto accusatorio punta quindi a dimostrare una responsabilità sistemica nella gestione del ponte, fondata su omissioni e ritardi accumulati nel tempo.

La difesa: il problema era nel progetto originario

Le difese contestano completamente questa ricostruzione.

Secondo gli avvocati degli imputati, il crollo sarebbe stato provocato principalmente da un difetto progettuale originario del tirante numero nove, l'elemento strutturale che cedette il 14 agosto 2018.

In questa ricostruzione, nessun programma di manutenzione avrebbe potuto impedire la tragedia, poiché il problema derivava dalla concezione stessa dell'opera progettata dall'ingegnere Riccardo Morandi.

Le due tesi contrapposte hanno dominato quasi quattro anni di dibattimento, caratterizzati da consulenze tecniche, perizie ingegneristiche e centinaia di testimonianze.

Un processo simbolo della lentezza della giustizia

Il procedimento è diventato anche il simbolo delle difficoltà della giustizia penale italiana nei grandi processi tecnici.

L'ex procuratore aggiunto di Genova Francesco Pinto, che seguì parte dell'inchiesta, ha definito il caso l'espressione delle criticità strutturali del sistema giudiziario.

Secondo Pinto, anche nell'ipotesi più rapida saranno necessari almeno altri diciotto mesi per il processo d'appello e almeno un ulteriore anno per la sentenza definitiva della Corte di Cassazione.

Una valutazione diversa arriva invece dalla difesa dell'ex amministratore delegato di Atlantia Giovanni Castellucci, tra i principali imputati. Secondo i legali, l'eccessiva durata sarebbe stata causata soprattutto dalla complessità delle perizie tecniche svolte già nella fase delle indagini preliminari e successivamente ripetute durante il processo.

Le famiglie attendono una risposta definitiva

Per i parenti delle vittime, il dibattito tecnico passa in secondo piano rispetto alla necessità di ottenere una chiara individuazione delle responsabilità.

Egle Possetti, portavoce del Comitato dei familiari delle vittime del Ponte Morandi, ha ribadito che una sentenza chiara rappresenta un passaggio fondamentale non soltanto per chi ha perso i propri cari, ma anche per la credibilità delle istituzioni italiane.

La decisione del 16 luglio costituirà soltanto il primo grado di giudizio, ma rappresenterà un momento storico destinato a segnare uno dei casi giudiziari più importanti dell'Italia contemporanea.