Il piano americano per fermare la guerra civile
Il governo sudanese guidato dall'esercito è disposto a valutare positivamente il nuovo piano di pace promosso dagli Stati Uniti, ma pone una condizione considerata imprescindibile: il ritiro completo delle Rapid Support Forces (RSF) da tutte le città occupate dall'inizio del conflitto.
È quanto emerge da documenti visionati da Reuters e confermati da alti funzionari sudanesi, che descrivono nei dettagli la proposta avanzata da Washington per tentare di porre fine a una guerra civile che dura ormai da oltre tre anni.
Il conflitto, scoppiato nell'aprile 2023, ha provocato una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, con milioni di sfollati, centinaia di migliaia di vittime secondo diverse stime e una grave emergenza alimentare e sanitaria.
Cosa prevede la proposta degli Stati Uniti
Il piano elaborato dagli Stati Uniti prevede innanzitutto una tregua umanitaria immediata di 90 giorni.
Durante questo periodo le parti dovrebbero avviare negoziati per raggiungere un cessate il fuoco permanente e preparare una transizione politica guidata da autorità civili, con l'obiettivo finale di organizzare elezioni democratiche.
La proposta include inoltre:
- un meccanismo guidato dalle Nazioni Unite per monitorare l'attuazione degli accordi;
- il ritiro progressivo delle RSF da alcune aree prioritarie;
- la creazione di un esercito nazionale unificato;
- programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione dei combattenti;
- un processo politico civile che escluda sia elementi delle milizie sia esponenti dei gruppi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.
Il nodo principale: il ritiro delle Rapid Support Forces
Il punto di maggiore contrasto riguarda proprio il ritiro delle RSF.
Secondo la proposta americana, il disimpegno iniziale dovrebbe interessare soprattutto il Darfur Settentrionale e il Kordofan Settentrionale, due delle aree più colpite dagli scontri negli ultimi mesi.
L'esercito sudanese, invece, considera insufficiente questa soluzione.
Nei documenti esaminati da Reuters, Khartoum afferma che qualsiasi accordo dovrà prevedere il ritiro delle RSF da tutte le città occupate dal maggio 2023.
Si tratta della stessa richiesta che ha già fatto fallire numerosi tentativi di mediazione internazionale negli ultimi anni.
Le RSF accolgono favorevolmente il piano
Un alto rappresentante delle Rapid Support Forces ha dichiarato a Reuters che il gruppo ha ricevuto la proposta americana, l'ha valutata positivamente e ha trasmesso una risposta scritta.
Non sono stati resi noti i contenuti della replica.
In passato le RSF hanno più volte dichiarato disponibilità al dialogo, continuando però contemporaneamente le operazioni militari sul terreno.
Attualmente il gruppo paramilitare prosegue una campagna di attacchi con droni nella regione del Kordofan, area strategica che collega il Darfur ai territori controllati dall'esercito regolare.
Il ruolo delle Nazioni Unite
Uno degli elementi centrali della proposta statunitense è il coinvolgimento diretto delle Nazioni Unite.
L'ONU dovrebbe supervisionare il ritiro delle forze, monitorare il rispetto della tregua e facilitare la successiva fase politica.
Parallelamente verrebbe avviato un processo per la ricostruzione delle istituzioni statali e per l'integrazione delle diverse forze armate in un unico esercito nazionale.
Washington ritiene che soltanto una struttura militare unificata possa garantire la stabilità del Paese nel lungo periodo.
Il Darfur resta il fronte più critico
La situazione continua a essere particolarmente grave nella regione del Darfur.
Le RSF mantengono il controllo di ampie porzioni del territorio e, secondo diversi rapporti internazionali, stanno costruendo una propria amministrazione parallela.
Esperti delle Nazioni Unite hanno accusato il gruppo paramilitare di aver commesso atti di genocidio contro la popolazione civile nella regione, accuse che le RSF respingono.
Negli ultimi mesi la conquista della città di al-Fashir ha ulteriormente aggravato la situazione umanitaria.
Il conflitto che ha devastato il Sudan
La guerra è iniziata nell'aprile 2023 dopo la rottura dei rapporti tra il generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante dell'esercito sudanese, e Mohamed Hamdan Dagalo, noto come "Hemedti", leader delle Rapid Support Forces.
Lo scontro è nato durante il processo di transizione verso un governo civile, in particolare sul progetto di integrare le RSF nelle forze armate regolari.
Da allora il conflitto ha provocato una devastazione senza precedenti.
Milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni, mentre vaste aree del Paese soffrono per la carenza di cibo, medicinali e servizi essenziali.
Un negoziato ancora in salita
Nonostante alcuni segnali di apertura da entrambe le parti, le differenze sulle condizioni preliminari restano profonde.
L'insistenza dell'esercito sul ritiro totale delle RSF rappresenta ancora oggi il principale ostacolo alla conclusione di un accordo.
Gli Stati Uniti continuano a sostenere il negoziato, ma dopo diversi tentativi falliti il raggiungimento di una pace stabile appare ancora complesso.