Capitali, dati e sovranità. Il “Modello Pirelli” e il Futuro di Piazza Affari secondo Giulio Centemero

In un’epoca in cui il confine tra manifattura tradizionale e alta tecnologia è diventato quasi invisibile, l’Italia si trova a giocare una partita decisiva sui mercati globali.


Il caso Pirelli: il ponte tra politica e finanza

Non si tratta più solo di difendere dei marchi, ma di proteggere l’intelligenza che li muove: i dati, i brevetti e la capacità decisionale. Il caso Pirelli è diventato, in questo senso, un paradigma di come la politica e la finanza possano collaborare per blindare l’interesse nazionale senza chiudere le porte agli investitori esteri. Per approfondire questa visione e capire come il nuovo Ddl Capitali cambierà il volto della nostra Borsa, abbiamo incontrato l’Onorevole Giulio Centemero. Deputato, membro della Commissione Finanze e da sempre punto di riferimento per il mondo del Fintech e dei mercati, Centemero è uno dei principali architetti di quella ”manutenzione evolutiva”; che mira a rendere l’Italia un ecosistema moderno, sicuro e profondamente attrattivo.


1) Giulio, partiamo dal principio: il caso Pirelli è stato gestito con un chirurgo di precisione. Dal tuo osservatorio di Deputato esperto di finanza, come si riesce a bilanciare la protezione di un brand iconico come Pirelli con la necessità di mantenere l’Italia un mercato aperto e attrattivo per i capitali esteri?


Credo che il punto centrale sia questo: l’Italia deve restare un Paese aperto agli investimenti, ma non ingenuo. Apertura e tutela non sono in contraddizione, se la politica agisce con equilibrio, competenza e senso strategico. Nel caso Pirelli, il tema non era chiudere la porta ai capitali esteri, bensì garantire che un’eccellenza italiana, con un patrimonio industriale, tecnologico e reputazionale costruito in oltre un secolo, potesse continuare a svilupparsi senza ambiguità sulla governance e senza rischi sugli asset più sensibili.


Il messaggio giusto da dare ai mercati è molto semplice: in Italia chi investe seriamente è benvenuto, ma quando entrano in gioco interesse nazionale, tecnologie strategiche, dati e autonomia decisionale, lo Stato fa il suo dovere. Questo non spaventa gli investitori di qualità, anzi li rassicura, perché definisce regole chiare e un perimetro certo.


2) In molti hanno lodato l’equilibrio trovato dal Governo. Possiamo dire che Pirelli sia diventata il “modello italiano” per gestire le multinazionali strategiche nell’era della competizione globale?


Direi che può rappresentare un modello, sì, soprattutto per il metodo. Oggi viviamo in un contesto in cui le grandi aziende non sono solo operatori economici, ma snodi di filiere strategiche, innovazione, dati, relazioni internazionali. Per questo serve una capacità nuova: non ideologica, non muscolare, ma lucida.


Il “modello italiano”, se vogliamo chiamarlo così, consiste proprio nel saper distinguere tra apertura al mercato e difesa dell’interesse nazionale. Non è una logica di chiusura, è una logica di maturità. Significa saper dialogare con tutti, ma sapendo che ci sono centri decisionali, know-how e tecnologie che devono restare pienamente compatibili con la sicurezza economica del Paese.


3) Spesso si parla di Golden Power come di uno “scudo”. La tua visione è concorde o vedi anche un aspetto più orientato alla “valorizzazione” dei gioielli nazionali?


Io credo che il Golden Power non debba essere visto solo come uno scudo difensivo. Certamente è uno strumento di protezione, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Per me è anche uno strumento di valorizzazione, perché afferma un principio: alcuni asset non hanno soltanto un valore di mercato, hanno un valore strategico, industriale e persino identitario per il Paese.


Quando lo Stato chiarisce che certi campioni nazionali meritano attenzione, tutela e una governance coerente con l’interesse nazionale, in realtà ne rafforza anche il posizionamento. Li rende più solidi, più credibili e più attrattivi nel lungo periodo. Quindi sì, scudo, ma anche leva di politica industriale intelligente.


4) Come può la politica aiutare le nostre aziende a restare italiane nella testa e nel cuore, pur operando su mercati mondiali?


La politica deve evitare due errori: il primo è pensare che l’italianità si difenda con la nostalgia; il secondo è credere che globalizzazione significhi rinunciare alla propria identità. Le nostre imprese possono essere globali e profondamente italiane allo stesso tempo, se mantengono qui i centri decisionali, la cultura industriale, la capacità di innovare, il legame con i territori e con le competenze del nostro capitale umano.


Per fare questo servono meno burocrazia, più accesso ai capitali, un fisco più semplice, regole certe, tempi rapidi e una forte attenzione alla formazione. Un’azienda resta italiana non solo perché ha una targa, ma perché continua a pensare, progettare e creare valore a partire dall’Italia.


5) Pirelli non fa più solo “gomme”, ma produce dati attraverso “Cyber Tyre”. Quanto è stato importante, secondo te, far capire che oggi la sovranità nazionale passa dai sensori, dai dati e dai software più in generale tanto quanto dai confini fisici?


È stato fondamentale, perché siamo dentro una trasformazione profonda: oggi il valore industriale non è più soltanto nella manifattura materiale, ma sempre di più nell’infrastruttura immateriale. Sensori, software, algoritmi, dati: è lì che si concentra una parte crescente del potere economico e strategico.


Quando un prodotto industriale evolve in una piattaforma capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati, cambia completamente il livello della questione. Non stiamo più parlando solo di un bene fisico, ma di un ecosistema tecnologico. Ecco perché la sovranità economica del XXI secolo si gioca anche su questi terreni. Capire questo passaggio è essenziale per scrivere regole moderne e per proteggere davvero il valore creato dalle nostre imprese.


6) Tu ti occupi molto di innovazione e digitale, ricordiamo il lavoro sull’anagrafe tributaria per sandbox italiano e più in generale per la semplificazione fiscale e burocratica: credi che l’esperienza maturata su Pirelli possa aiutarci a scrivere regole migliori per proteggere i nostri brevetti anche in altri settori ad alta tecnologia?


Assolutamente sì. Il caso Pirelli ci insegna che oggi proteggere un’impresa innovativa significa guardare insieme governance, proprietà intellettuale, dati, software, supply chain e accesso alle informazioni sensibili. Non possiamo più ragionare con categorie vecchie, come se il brevetto fosse l’unico bene da tutelare.


Nei settori ad alta tecnologia dobbiamo costruire regole più raffinate, che proteggano non solo l’invenzione in senso stretto, ma tutto il contesto in cui quell’innovazione vive e genera vantaggio competitivo. Questa è anche la logica della semplificazione intelligente: meno adempimenti inutili, più capacità di presidiare gli asset che contano davvero.


7) Hai lavorato intensamente al Ddl Capitali. In che modo riforme di questo tipo possono rendere meno necessario l’intervento dello Stato in futuro, creando un ecosistema dove le imprese italiane trovano le risorse per crescere? Entrando nel merito del DDL capitali, quanto credi che strumenti come il “voto plurimo” e le semplificazioni per la quotazione possano aiutare i nostri imprenditori a crescere senza temere di perdere il controllo, riducendo così alla radice il bisogno di interventi d’emergenza come il Golden Power?


Questo è il punto decisivo. Il miglior intervento dello Stato è creare le condizioni perché le imprese possano crescere, patrimonializzarsi e aprirsi al mercato senza diventare vulnerabili. Il Ddl Capitali va esattamente in questa direzione: rendere il mercato dei capitali italiano più moderno, più competitivo e più adatto alla struttura delle nostre imprese.


Strumenti come il voto plurimo servono proprio a questo: consentire agli imprenditori di raccogliere capitali, quindi crescere e investire, senza vivere la quotazione come una minaccia alla continuità strategica dell’azienda. Lo stesso vale per le semplificazioni: se quotarsi diventa meno oneroso e più accessibile, più imprese possono scegliere il mercato anziché dipendere da soluzioni emergenziali o da assetti fragili.


In altre parole, un mercato dei capitali più efficiente riduce il bisogno di interventi straordinari, perché rafforza a monte la struttura delle imprese.


8) Pirelli è un fiore all’occhiello di Piazza Affari. Qual è il messaggio che, attraverso questa operazione di governance, vogliamo dare agli investitori istituzionali e ai risparmiatori che credono nel listino milanese?


Il messaggio è che Piazza Affari vuole essere un mercato serio, trasparente e capace di valorizzare le sue eccellenze. Quando si chiariscono le regole di governance e si presidiano gli asset strategici, si offre al mercato un quadro più solido e più leggibile.


Gli investitori istituzionali e i risparmiatori chiedono soprattutto questo: chiarezza, stabilità, affidabilità. E una governance coerente con il profilo strategico delle imprese quotate è un elemento che accresce la fiducia. Difendere l’interesse nazionale, se fatto con misura e nel rispetto del mercato, significa anche proteggere il valore per chi investe.


9) Il rapporto con i partner asiatici è complesso ma fondamentale. Secondo la tua esperienza, come si costruisce un dialogo paritario e rispettoso con colossi come la Cina, tutelando però sempre la nostra autonomia decisionale e l’italianità?


Si costruisce innanzitutto avendo ben chiaro chi siamo e quali sono i nostri interessi. Il dialogo è tanto più forte quanto più è fondato sulla consapevolezza del proprio valore. L’Italia non deve avere un approccio né subalterno né ostile: deve avere un approccio adulto, realistico e strategico.


Con partner globali come la Cina bisogna mantenere aperti i canali economici e commerciali, ma al tempo stesso definire con fermezza i limiti su governance, dati sensibili, tecnologie strategiche e autonomia decisionale. La vera reciprocità nasce quando entrambe le parti sanno che il rapporto si fonda sul rispetto, non sulla dipendenza.


10) Guardando al futuro, quali sono i prossimi dossier che, seguendo la scia di Pirelli, potrebbero beneficiare di un approccio così attento alla governance e alla protezione dei dati?


Sicuramente tutti i settori in cui il confine tra industria tradizionale e tecnologia avanzata è ormai superato. Penso all’automotive evoluto, alla robotica, all’aerospazio, alla cyber security, alle telecomunicazioni, all’energia intelligente, alla farmaceutica ad alta intensità di ricerca, fino a tutta la manifattura connessa.


In tutti questi casi non basta guardare al fatturato o agli stabilimenti. Bisogna guardare ai dati, al software, ai brevetti, ai centri decisionali, alla catena del valore. La lezione di Pirelli è proprio questa: la governance oggi è una componente decisiva della sicurezza economica nazionale. Giulio, tu sei da sempre un ponte tra il mondo della finanza tecnica che ascolti spesso durante le audizioni e quello delle istituzioni. Qual è la sfida che ti appassiona di più in questa legislatura per rendere l’Italia un Paese dove fare impresa sia più semplice e sicuro?


La sfida che mi appassiona di più è rendere l’Italia un Paese in cui chi vuole investire, innovare e creare lavoro trovi finalmente un contesto favorevole, non un percorso a ostacoli. Questo significa unire tre grandi obiettivi: semplificazione, accesso al capitale e tutela degli asset strategici.


Io credo che la politica debba fare una cosa molto concreta: togliere peso dove oggi c’è eccesso di complessità, e mettere forza dove serve visione. Meno burocrazia, più mercato; meno incertezza, più regole chiare; meno dipendenza, più capacità di crescita autonoma. Se riusciamo in questo, l’Italia non sarà solo un grande Paese manifatturiero: sarà uno dei luoghi migliori in Europa dove fare impresa con fiducia.


Conclusione

L’analisi dell’Onorevole Centemero ci restituisce L’Immagine di un’Italia che ha smesso di subire le dinamiche dei mercati per iniziare a governarle con pragmatismo. Dalla gestione chirurgica del dossier Pirelli alla visione sistemica del Ddl Capitali, emerge una strategia chiara: proteggere per valorizzare. La sfida della legislatura, come sottolineato in questa conversazione, non è solo burocratica, ma culturale. Creare un Paese di chi intraprende significa trasformare la sovranità in un’opportunità di crescita, garantendo che i campioni del Made in Italy possano correre sui mercati mondiali con la certezza di avere alle spalle istituzioni solide e una visione di lungo periodo.