Albanese e famiglia fanno causa al governo Trump
UCapital Media
Share:
La vicenda di Francesca Albanese, fino a ieri al centro di polemiche per il suo ruolo di relatrice speciale dell’ONU sui diritti umani nei territori palestinesi, sta assumendo toni sempre più grotteschi. Dopo mesi di accuse di eccessi retorici, contraddizioni e prese di posizione giudicate oltranziste da più parti della comunità internazionale, ora è la sua stessa famiglia a fare causa all’amministrazione di Donald Trump per le sanzioni imposte alla funzionaria.
Secondo il ricorso presentato ieri in un tribunale di Washington, a firmare la denuncia sono il marito di Albanese, Massimiliano Cali, e la loro figlia minorenne. Oggetto del contendere sono le restrizioni decise dalla Casa Bianca lo scorso anno, tra cui la revoca del visto, il congelamento di asset e il divieto di ingresso negli Stati Uniti, misure con cui l’amministrazione americana ha voluto punire la relatrice per quella che ha definito una “guerra politica ed economica” contro gli interessi di Washington e del suo alleato principale in Medio Oriente, Israele.
Questa causa civile solleva un paradosso: mentre Albanese si è consumata negli attacchi diplomatici, nelle accuse contro Stati sovrani e nel linguaggio bellicoso che le è valso critiche anche da Paesi europei come Francia e Germania, ora i pesanti effetti collaterali delle sue battaglie ricadono direttamente sui suoi cari. I querelanti sostengono che le sanzioni lederebbero diritti costituzionali statunitensi e avrebbero compromesso l’accesso alla loro casa nella capitale americana, ma per molti osservatori si tratta di un’epica di errori politici e personali piuttosto che di una reale violazione di diritti.
È inevitabile chiedersi quanto la nota visione unilaterale di Albanese abbia contribuito ad alimentare un conflitto diplomatico che ora si riflette su aspetti molto concreti della vita quotidiana della sua famiglia. In un momento in cui la diplomazia internazionale è già messa a dura prova dall’ennesima escalation in Medio Oriente, la scelta di portare gli Stati Uniti davanti alla Corte sembra più un capitolo aggiuntivo di una battaglia personale che un’azione dettata da reali necessità giuridiche.
Klevis Gjoka
