Salvini in guerra con se stesso sul caso Rogoredo

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UCapital Media

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Nel giro di poche ore, sul caso di Rogoredo, Matteo Salvini è riuscito a tenere insieme due piani che faticano a combaciare. Prima il post sui social: solidarietà piena e immediata all’agente, difesa della divisa, attacco preventivo a chi, a suo dire, sarebbe pronto a “criminalizzare” le forze dell’ordine. Poi, di fronte all’apertura dell’indagine per omicidio volontario, la precisazione: è giusto indagare, chi sbaglia paga, e chi sbaglia in divisa paga anche di più.


Le due affermazioni, prese singolarmente, non sono incompatibili. Ma accostate nello stesso arco temporale raccontano un’altra storia: quella di un leader che alterna il registro identitario a quello istituzionale, senza chiarire davvero quale dei due debba prevalere.


Perché se si sostiene che ogni indagine sia un atto dovuto, come in uno Stato di diritto deve essere, allora non si può insinuare, poche ore prima, che l’apertura di un fascicolo sia una forma di persecuzione. E se si afferma che chi indossa una divisa ha una responsabilità maggiore, proprio in virtù del potere che esercita, allora la difesa preventiva e incondizionata rischia di suonare come un riflesso politico più che come una valutazione nel merito dei fatti.


Il punto non è mettere sotto accusa le forze dell’ordine, né ignorare la complessità di situazioni operative spesso drammatiche. Il punto è la coerenza. Ed è qui che il parallelismo storico diventa inevitabile. Giorgio Almirante amava ripetere, con brutalità retorica, che “un ladro va messo in galera; se è uno dei nostri, deve avere l’ergastolo”. Era una frase pensata per sottolineare un principio: chi tradisce la fiducia del proprio campo dovrebbe essere giudicato con ancora maggiore severità.


Applicato al presente, quel principio imporrebbe una linea chiara: nessuna difesa preventiva, nessuna ambiguità. Prima si accertano i fatti, poi si esprime un giudizio politico. Invece, nel caso di Rogoredo, la sequenza è stata inversa: prima la presa di posizione identitaria, poi la rassicurazione istituzionale.


È una dinamica che parla a un pubblico diverso a seconda del momento: ai sostenitori, con il linguaggio della contrapposizione; alle istituzioni, con quello della responsabilità. Ma quando i due piani si sovrappongono, l’effetto è quello di una politica che vuole contemporaneamente difendere “a prescindere” e chiedere rigore assoluto.


La coerenza, in politica, non è un dettaglio stilistico. È sostanza. E quando le parole cambiano a seconda del contesto, resta l’impressione che il principio venga dopo la convenienza.


Klevis Gjoka