Quentin vittima dell'odio rosso: per Macron e destra Melenchon ha "responsabilità politica"
UCapital Media
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Un giovane attivista di destra, Quentin Deranque, 23 anni, è morto a Lione dopo un’aggressione brutale verificatasi al margine di un corteo
di estrema sinistra. L’episodio, culminato in un pestaggio con gravi lesioni cerebrali, che gli è stato fatale, ha scatenato una serie di arresti, accuse incrociate e tensioni politiche profonde nel cuore della Repubblica francese.
Le autorità giudiziarie francesi hanno finora fermato undici sospetti, tutti figure legate all'estrema sinistra, ad esempio un assistente parlamentare di un deputato della France Insoumise (LFI), il partito guidato da Jean-Luc Mélenchon, figura centrale della sinistra radicale transalpina.
Da più parti è emerso come questo episodio non sia solo un fatto di cronaca nera, ma l’espressione drammatica di una cultura politica che, negli ultimi anni, ha gradualmente normalizzato l’intolleranza, la demonizzazione dell’avversario e la svalutazione della parola pubblica.
La retorica di Mélenchon, spesso infiammata, sempre polarizzante, ha contribuito a creare ambienti in cui l’odio ideologico si trasforma in conflitto fisico. Quando i leader politici rafforzano continuamente la narrativa del “noi contro loro”, non possono poi sorprendersi se il confronto degeneri in violenza. Eppure, la risposta ufficiale di Mélenchon e dei dirigenti LFI è stata evitare qualsiasi riflessione sulle responsabilità collettive, limitandosi a condannare “ogni violenza” pur senza affrontare il clima politico che l’ha resa possibile.
Questa difesa moralistica dimentica però che le parole contano. Quando certi ambienti radicali parlano da anni di “antifascismo militante” o identificano sistematicamente nemici interni da combattere, il messaggio per i militanti più giovani è chiaro: la lotta non è più solo culturale o democratica, ma anche fisica. E questo può degenerare, come purtroppo è avvenuto a Lione, in tragedia.
Il fatto che un collaboratore parlamentare di un deputato LFI sia stato arrestato, e che il suo mandato sia stato immediatamente sospeso, solleva domande serie sulla cultura politica interna alla sinistra radicale: fino a che punto le strutture formali di un partito controllano davvero i loro seguaci? Fino a che punto la leadership è pronta a mettere in discussione pratiche e linguaggi che incoraggiano la conflittualità estrema?
La sinistra francese si trova ora davanti a un bivio: può scegliere di riconoscere che la sua crescente radicalizzazione ha un ruolo nel precipitare gli scontri politici o può continuare a indossare la maschera della superiorità morale, cadendo nello stesso errore di chi nega la realtà dei fatti.
In un momento in cui la Francia si prepara alle elezioni municipali e alla corsa presidenziale del 2027, episodi come questo dovrebbero spingere tutti i leader, a destra, a sinistra e al centro, a ripensare la loro retorica e le loro pratiche. Perché la democrazia non si difende con la violenza, né con la retorica che la legittima; si difende con il rispetto delle regole, delle istituzioni e, soprattutto, del dibattito civile.
Klevis Gjoka
