Orban tra Occidente ed Oriente in cerca di salvezza dai sondaggi
UCapital Media
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Nel corso di una conferenza stampa congiunta a Budapest tra il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, e il primo ministro ungherese Viktor Orbán, è emerso un messaggio politico di forte sostegno da parte di Washington verso il leader nazionalista ungherese.
Rubio ha dichiarato senza mezzi termini che il presidente statunitense Donald Trump è “profondamente impegnato per il successo” di Orbán, definendo la cooperazione tra Stati Uniti e Ungheria una “nuova era d’oro” nelle relazioni bilaterali. “Il vostro successo è il nostro successo,” ha affermato Rubio rivolgendosi direttamente ad Orbán, sottolineando l’importanza di Budapest negli interessi strategici americani in Europa Centrale.
Queste parole sono arrivate in un momento cruciale: l’Ungheria si prepara a un’elezione parlamentare il 12 aprile 2026, in cui il governo di Orbán affronta un’opposizione più competitiva di quanto non ce ne sia stata negli ultimi anni.
Il principale sfidante di Viktor Orbán, Péter Magyar, leader del partito Tisza, ha denunciato una presunta operazione di delegittimazione basata sulla minaccia di diffusione di un video intimo registrato senza il suo consenso. Secondo Magyar, si tratterebbe di una tattica di “kompromat”, volta a screditarlo pubblicamente e a condizionare l’esito elettorale attraverso la pressione mediatica e personale.
Il caso ha acceso un forte dibattito in Ungheria sul confine tra vita privata e lotta politica, oltre che sull’uso di materiale sensibile come arma di campagna elettorale. Il partito di Orbán, Fidesz, ha respinto ogni accusa di coinvolgimento, mentre l’episodio contribuisce ad alimentare un clima di crescente polarizzazione nel paese.
Tornando sul suo discorso, Rubio ha dato un chiaro segnale di sostegno politico, quasi come se l’allineamento personale tra Trump e Orbán potesse essere tradotto in un beneficio diretto per la campagna elettorale del leader magiaro.
Tra i temi sollevati nei mesi scorsi da Orbán c’è stata la questione di un presunto “scudo finanziario” promesso da Washington, pensato come un sostegno economico o finanziario per difendere l’Ungheria da pressioni esterne, incluse eventuali contromisure dell’Unione Europea. Orbán stesso aveva parlato di un accordo da 20 miliardi di dollari come una sorta di “protezione” contro le armi economiche di Bruxelles.
Tuttavia, fonti indipendenti riferiscono che i dettagli di tale scudo rimangono opachi e che, quando sollevata in passato la questione della linea di credito o di meccanismi fiscali specifici, la Casa Bianca ha successivamente negato di aver formalmente promesso qualcosa di simile. Secondo alcune ricostruzioni, Orbán avrebbe enfatizzato e forse travisato l’esito dei colloqui con Washington rispetto a quello che lo stesso Trump avrebbe effettivamente autorizzato o garantito.
La visita di Rubio e le sue dichiarazioni pongono inevitabilmente l’attenzione sulla nota incoerenza della politica estera ungherese: da un lato, Orbán ha mantenuto legami stretti con la Russia, incluso l’ottenimento di un’esenzione ungherese dalle sanzioni americane sull’energia russa, basata su quella che Rubio stesso ha definito la “relazione personale” tra Trump e Orbán, e dall’altro ha cercato di rafforzare i rapporti con gli Stati Uniti come alleato strategico.
Parallelamente, Budapest ha sviluppato importanti relazioni economiche con la Cina, spesso criticate da altri Stati membri dell’UE come un fattore di dipendenza e di influenza geopolitica, rendendo la sua politica estera difficilmente inquadrabile in uno schema tradizionale “occidentale”. Orbán ha così oscillato in passato tra una certa simpatia per Mosca e Pechino e una recente apertura verso Washington, soprattutto quando ciò serve a bilanciare pressioni europee o bisogni di politica interna.
Questa ambiguità rischia non solo di creare confusione sulla reale agenda dell’Ungheria, ma anche di indebolire la fiducia nei confronti di Budapest da parte dei suoi partner europei, che vedono con sospetto l’allineamento a Washington come strumento di interesse politico interno piuttosto che come autentica scelta di politica estera.
La conferenza stampa di Budapest, con Rubio che parla di “successo condiviso” e di una “nuova era” nelle relazioni, rappresenta un momento significativo nella politica estera ungherese. Tuttavia, essa porta con sé interrogativi sostanziali sulla natura e la portata delle promesse americane, su un possibile scudo economico o finanziario, e sull’effettiva coerenza di una strategia estera ungherese che negli ultimi anni ha navigato tra Mosca, Pechino e Washington con un approccio fortemente pragmatico.
Questa ambivalenza è destinata a influenzare non solo l’esito politico interno ungherese, ma anche le dinamiche all’interno dell’Unione Europea e della NATO, in un contesto internazionale sempre più polarizzato e competitivo.
Klevis Gjoka
