Vicepresidenza Commissione Sviluppo Sociale ONU all'Iran: è follia

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UCapital Media

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La decisione delle Nazioni Unite di eleggere la Repubblica islamica dell’Iran come vicepresidente della Commissione per lo sviluppo sociale non è un semplice episodio diplomatico: è un segnale sconcertante del fallimento del sistema multilaterale nel difendere i valori che è chiamato a promuovere.


In un organismo che dovrebbe dare guida su temi come uguaglianza di genere, democrazia, non violenza e inclusione sociale, vedere il regime teocratico di Teheran assumere una carica di responsabilità è una beffa per chi crede nei diritti umani. Un esponente iraniano, Abbas Tajik, è stato nominato senza obiezioni tra i vicepresidenti della 65ª sessione della commissione ONU a New York.


Per molti osservatori e attivisti, questa scelta somiglia troppo a una “volpe a guardia del pollaio”: un regime che sistematicamente reprime ogni forma di dissenso, calpesta i diritti fondamentali delle donne e ha risposto con violenza brutale alle proteste di piazza, ora si ritrova a presiedere discussioni su sviluppo sociale e giustizia.


La critica non proviene solo da ambienti politici occidentali, ma anche da voci della diaspora e della resistenza iraniana, che puntano il dito contro l’ipocrisia delle istituzioni internazionali. Secondo queste analisi, mettere l’Iran in una posizione di leadership su temi come uguaglianza di genere è non solo incoerente, ma profondamente offensivo per milioni di cittadini iraniani che ogni giorno subiscono repressione e discriminazione.


È inevitabile chiedersi che messaggio stiamo inviando. In un periodo in cui la società civile iraniana ha pagato un prezzo altissimo, con arresti di massa, violazioni dei diritti umani e un silenzio internazionale spesso assordante, l’elezione di Teheran a una carica onusiana appare come un “bollino di legittimazione” per un regime che meriterebbe scrutinio, non riconoscimenti.


Invece di rafforzare la voce delle vittime, questa scelta rischia di legittimare un apparato che ha troppo spesso trasformato la religione in giustificazione per l’oppressione e l’intolleranza. Alla comunità internazionale, e all’ONU in particolare, resta l’urgenza di riallineare le proprie scelte ai principi che dovrebbero incarnare: diritti, dignità e libertà per tutte e tutti, non concessioni di potere ai peggiori trasgressori.


Klevis Gjoka