Il Congresso vota per bloccare i dazi di Trump contro il Canada
UCapital Media
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Il voto della Camera dei Rappresentanti che ha approvato una misura per bloccare i dazi imposti al Canada non è stato un semplice incidente parlamentare. È stato un segnale politico forte, forse il più chiaro finora, che dentro lo stesso Partito Repubblicano cresce il disagio verso una strategia commerciale fondata sulle barriere.
Con 219 voti favorevoli contro 211 contrari, la Camera ha scelto di sfidare l’amministrazione su un terreno che, negli ultimi anni, era diventato quasi identitario: la linea dura sul commercio. A rendere il voto particolarmente significativo non è stata solo la maggioranza risicata, ma il fatto che alcuni deputati repubblicani abbiano deciso di rompere la disciplina di partito. In un Congresso polarizzato, dove le divisioni sono spesso nette, questo tipo di “defezione” racconta molto più di mille dichiarazioni ufficiali.
Il punto non è soltanto il Canada, storico alleato e primo partner commerciale degli Stati Uniti. Il punto è che una parte del Congresso ha voluto riaffermare una prerogativa fondamentale: la politica commerciale non può essere ridotta a uno strumento di pressione unilaterale senza valutarne le conseguenze economiche e politiche. Il voto rappresenta, in sostanza, un tentativo di riequilibrare i poteri e di riportare la discussione su un piano pragmatico.
Perché i dazi, al di là della retorica, hanno effetti concreti e immediati. Non sono una punizione astratta contro un governo straniero: sono una tassa sulle importazioni che finisce per incidere sui prezzi pagati dai consumatori e sui costi sostenuti dalle imprese. Quando si colpiscono beni provenienti dal Canada, che spaziano dall’energia alle materie prime, fino ai prodotti alimentari, l’effetto si propaga lungo tutta la catena produttiva. Le aziende americane che dipendono da quei materiali pagano di più. E quando pagano di più, aumentano i prezzi o comprimono i margini, con ripercussioni su salari e investimenti.
Il Congresso lo sa bene. Sa che il commercio tra Stati Uniti e Canada non è un flusso marginale, ma un intreccio profondo di economie integrate. Interromperlo o appesantirlo con barriere significa colpire filiere che attraversano il confine ogni giorno. Non si tratta di teoria economica: si tratta di camion che trasportano componenti, di agricoltori che esportano raccolti, di imprese manifatturiere che lavorano su entrambe le sponde.
Il voto, dunque, è anche un messaggio agli elettori. In un momento in cui l’inflazione e il costo della vita restano al centro delle preoccupazioni, sostenere nuove tariffe significa accettare il rischio di ulteriori rincari. Alcuni parlamentari repubblicani hanno evidentemente ritenuto che difendere i dazi fosse politicamente più costoso che opporvisi.
C’è poi un aspetto più ampio: la credibilità internazionale. I dazi contro un alleato stretto come il Canada rischiano di incrinare rapporti consolidati e di alimentare ritorsioni. Le guerre commerciali raramente producono vincitori netti; più spesso generano spirali di misure e contromisure che creano incertezza e frenano gli investimenti.
Il voto della Camera non chiude la partita. Il percorso legislativo resta complesso e l’esito finale dipenderà da ulteriori passaggi istituzionali. Ma il segnale politico è inequivocabile: anche negli Stati Uniti, dove il protezionismo ha trovato spazio negli ultimi anni, cresce la consapevolezza che i dazi non sono una strategia di crescita, bensì un fattore di costo.
In definitiva, il Congresso ha ricordato una verità semplice: proteggere l’economia non significa alzare muri commerciali. Significa rafforzare competitività, innovazione e cooperazione. E questo, i dazi, difficilmente possono farlo.
Klevis Gjoka
