Nella mente della “nuova” estrema destra

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UCapital Media

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Negli ultimi anni l’estrema destra occidentale ha cercato di darsi una patina “sociale” e perfino “anticapitalista”, presentando lo Stato come baluardo contro le élite globali, la finanza e il libero mercato.


Da Steve Bannon negli Stati Uniti fino a Roberto Vannacci in Italia, emerge un filo rosso ideologico che, dietro una retorica nazionalista e identitaria, propone una visione fortemente statalista dell’economia. Una visione che, però, mostra gravi limiti teorici e pratici.


Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump, è stato uno dei principali architetti di questa nuova narrazione. Il suo pensiero economico si fonda su una critica violenta al globalismo, alle multinazionali e alle istituzioni sovranazionali, accusate di aver svuotato la sovranità degli Stati e impoverito la classe media occidentale.


La risposta di Bannon non è però una vera alternativa di mercato, bensì una forma di nazionalismo economico in cui lo Stato torna a essere il perno dell’organizzazione produttiva: dazi, protezionismo, politiche industriali aggressive, intervento pubblico massiccio.


Il problema è che questa impostazione confonde gli effetti della globalizzazione con le cause strutturali delle disuguaglianze. Invece di promuovere concorrenza, innovazione e mobilità sociale, il modello bannoniano tende a cristallizzare l’economia, proteggendo settori inefficienti e favorendo nuovi oligopoli “patriottici”, spesso più vicini al potere politico che ai cittadini comuni.


Questa impostazione ha trovato terreno fertile anche in Europa, dove l’estrema destra ha rielaborato il messaggio in chiave sovranista. La parola d’ordine diventa “interesse nazionale”, ma il contenuto resta simile: più Stato, più controllo, meno mercato. L’impresa privata è tollerata solo se allineata agli obiettivi politici e culturali del potere, mentre la libertà economica viene subordinata a criteri identitari e morali.


In questo contesto, lo Stato non è più arbitro, ma giocatore dominante. Un attore che decide chi vince e chi perde, quali settori meritano di sopravvivere e quali no. Storicamente, questo tipo di statalismo ha prodotto stagnazione, clientelismo e corruzione, oltre a una pericolosa commistione tra potere politico ed economico.


In Italia, Roberto Vannacci rappresenta una declinazione più rozza ma non meno significativa di questo filone. La sua visione del mondo, fortemente identitaria e gerarchica, si riflette anche nell’idea di economia: centralità dello Stato, diffidenza verso il mercato globale, esaltazione dell’autosufficienza nazionale. Il tutto condito da una retorica “anti-élite” che, in realtà, finisce per giustificare un controllo dall’alto ancora più pervasivo.


Nel contesto italiano, già appesantito da un debito pubblico enorme e da una burocrazia soffocante, questa impostazione risulta particolarmente pericolosa. Più Stato non significa automaticamente più giustizia sociale o più benessere; spesso significa solo meno crescita, meno opportunità e meno libertà per chi non è protetto dal potere politico.


Il paradosso dell’estrema destra economica contemporanea è proprio questo: si presenta come ribelle, anti-sistema, persino “popolare”, ma propone soluzioni che rafforzano lo Stato e riducono l’autonomia degli individui. Invece di emancipare i cittadini, li rende più dipendenti da decisioni politiche centralizzate, spesso opache e arbitrarie.


Da Bannon a Vannacci, il messaggio è coerente: il mercato è il nemico, lo Stato il salvatore. Ma la storia economica insegna che quando lo Stato diventa padrone dell’economia, a perdere non sono le élite, che sanno sempre adattarsi, bensì i cittadini comuni. E dietro la bandiera del “popolo” rischia di nascondersi l’ennesima forma di controllo, non una reale alternativa di libertà e prosperità.


Klevis Gjoka