Draghi lancia l'allarme: l'ordine globale è morto

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Negli ultimi decenni, l’architettura internazionale fondata sul multilateralismo e sul rispetto delle regole non è stata semplicemente un’astrazione, ma il frutto concreto di un impegno politico ed economico condiviso, in larga misura plasmato dall’alleanza tra Europa e Stati Uniti. Senza questa alleanza, l’Europa non avrebbe conosciuto il lungo periodo di pace e prosperità che ha seguito la Seconda guerra mondiale, né sarebbe stata in grado di proteggere i suoi cittadini dalle minacce esterne come ha fatto negli ultimi decenni grazie alla garanzia di sicurezza offerta dall’America.


Quando Mario Draghi parla di un “ordine globale ormai defunto”, come ha fatto all’Università di Lovanio accettando una laurea honoris causa, non sta semplicemente esprimendo un lamento storicista, ma stimolando una riflessione sulla trasformazione del quadro internazionale. È vero: il multilateralismo guidato dagli Stati Uniti dopo il 1945 ha subito profonde tensioni e mutamenti, sotto la pressione di nuovi attori globali e di dinamiche commerciali e tecnologiche in rapido cambiamento.


Tuttavia, definire “defunto” quell’ordine rischia di oscurarne i risultati positivi e legittimi. L’architettura delle istituzioni internazionali, dal WTO all’ONU fino agli accordi di sicurezza collettiva, ha promosso lo stato di diritto, consentito la cooperazione tra nazioni e limitato la violenza su larga scala. Questi risultati non sono il frutto di un’illusione, ma di scelte politiche concrete e di alleanze solide, con la NATO e la cooperazione transatlantica al centro.


Il richiamo di Draghi al “prendere i fatti per quello che sono” è una sveglia salutare per l’Europa: non possiamo pensare di affrontare le sfide di oggi, dalla competizione strategica con la Cina alla difesa contro aggressioni ibride, senza un nucleo solido di alleanze e regole condivise. Una rinascita di ordine globale, quindi, non passa per la rottura del passato ma per la sua riforma, rafforzando quegli strumenti che hanno funzionato, aggiornandoli alle esigenze contemporanee.


In questo quadro, l’alleanza atlantica resta più che mai il pilastro fondamentale di sicurezza e stabilità. Condividere responsabilità, investire insieme in difesa e tecnologie critiche, e rinnovare il dialogo tra Europa e Stati Uniti non è nostalgico, ma pragmatico: è la strada per rispondere efficacemente alla competitività di potenze quali la Cina e all’instabilità di mercati globali che sempre più intrecciano sicurezza e commercio.


L’Europa, da sola, rischierebbe di essere “presa a metà” fra grandi potenze. Ma un’Europa forte insieme agli Stati Uniti, dentro istituzioni multilaterali riformate, può non solo sopravvivere alle trasformazioni in atto, ma guidare la costruzione di un nuovo ordine globale fondato su cooperazione, regole condivise e mutuo vantaggio. Dobbiamo guardare alla fine del mondo unipolare non come a una sconfitta, ma come a una sfida a rinnovare e rafforzare ciò che ha funzionato bene: la partnership transatlantica.


Klevis Gjoka