l'UE sanziona di nuovo il regime iraniano

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UCapital Media

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La decisione dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea di approvare nuove sanzioni contro l’Iran, mirate a individui e entità responsabili della brutale repressione delle proteste popolari e del sostegno di Teheran alla Russia, segna un punto di svolta nella politica internazionale verso il regime degli ayatollah. Tuttavia, mentre le misure restrittive europee rappresentano un segnale importante di condanna, restano strumenti incompleti di fronte alla realtà sistemica del regime iraniano.


Le sanzioni economiche e l’elenco di sospette violazioni non possono da soli dissuadere un governo che ha già dimostrato di ignorare la pressione diplomatica e continuare a usare la violenza contro la propria popolazione. In questo contesto, un intervento militare mirato degli Stati Uniti non è soltanto giustificabile, ma strategicamente necessario.


L’Iran non è un attore qualsiasi: tramite il suo apparato militare più influente, l’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC), che l’UE potrebbe presto inserire nella lista delle organizzazioni terroristiche, Teheran mantiene e proietta potere bellico nella regione, dal sostegno asimmetrico a gruppi armati fino a programmi missilistici e nucleari offensivi. La semplice etichettatura di terrorismo, per quanto simbolicamente forte, non arresta i preparativi militari né tutela i diritti umani fondamentali.


La repressione interna non è un affare interno: le nazioni civili non possono restare inerti di fronte a un regime che calpesta diritti, massacra i propri cittadini e supporta guerre esterne. Nelle ultime settimane, le proteste anti-regime in Iran hanno scatenato una violenza che ha causato migliaia di morti e arresti arbitrari, costringendo milioni di iraniani a vivere sotto il terrore quotidiano.


Il ruolo degli Stati Uniti in questa fase è cruciale. Un intervento militare mirato, non un’invasione su larga scala, ma operazioni precise contro le capacità statali oppressive e i centri decisionali del potere militare iraniano, può proteggere vite umane, riducendo la capacità dei reparti di sicurezza di opprimere i civili. Allo stesso tempo, può indebolire l’IRGC, non solo un reparto militare, ma l’asse portante del regime teocratico responsabile di programmi destabilizzanti e di sostegno ad attori che minacciano la stabilità regionale. Infine, un’azione decisa invierebbe un messaggio chiaro sulla volontà dell’Occidente di difendere i diritti umani e la sicurezza collettiva: l’inerzia, come dimostra la storia recente, incoraggia solo la repressione e le provocazioni esterne.


Critici dell’opzione militare spesso sollevano timori sul rischio di escalation o di instabilità prolungata. Tuttavia, le minacce senza risposta creano più pericoli dell’azione risoluta. Un intervento mirato e ben calibrato può essere parte di una strategia globale che comprende pressioni diplomatiche, sostegno alle forze riformiste interne e cooperazione con partner regionali e alleati europei.


Gli Stati Uniti non devono temere il giudizio storico: l’autodeterminazione e la protezione delle popolazioni vulnerabili sono valori che trascendono la pura realpolitik. In un momento di tumulto internazionale, assumere la leadership responsabile significa agire, non aspettare. Un intervento militare mirato negli interessi di sicurezza globale e dei diritti umani è, oggi, un passo necessario verso un Medio Oriente più stabile e giusto.


Klevis Gjoka