Salvini smentisce e Fontana avverte: Vannacci è l'elefante nella stanza leghista

User Avatar

UCapital Media

Share:

Nel panorama politico italiano, non bastavano già le fratture interne e le tensioni di un centrodestra in cerca di identità per il futuro. Ora, nel mezzo dell’ennesima stagione di riforme e sfide per il Paese, emerge con forza un elemento che più che un contributo costruttivo sembra incarnare divisione, confusione ideologica e un’impronta quasi terzomondista: Roberto Vannacci.


I fatti parlano da sé. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha affermato che «non esiste nessun problema» con il suo vicesegretario dopo le ultime mosse politiche, un tentativo di dare tono di normalità a una delle crisi interne più evidenti degli ultimi mesi. Tuttavia, a ben vedere, il silenzio e la minimizzazione non sono segnali di armonia, ma piuttosto testimonianze di un partito alle prese con un nodo che rischia di distruggere anziché consolidare un progetto politico coerente.


Il punto non è semplicemente la presenza di personalità o sensibilità diverse all’interno di una forza politica. Ogni partito sano si avvale del confronto interno. Il problema, quello reale, è che la figura di Vannacci non si configura come contributo dialettico, ma come spina nel fianco, costante fonte di scissioni, iniziative autonome e messaggi che trascendono la linea ufficiale del centrodestra.

La discussione politica non è una somma di proclami da social media o di slogan gridati all’ultimo raduno. È strategia, proposta seria, visione per governare. Eppure, vediamo un generale in pensione che parla di percentuali mirabolanti per nuove formazioni, deposita simboli e costruisce percorsi politici paralleli mentre le questioni reali, sicurezza economica, riforme istituzionali, competitività internazionale, restano sullo sfondo.


Quello che sta accadendo assomiglia a una versione confusa e caotica di politica tout court: un miscuglio di sogni elettorali personali e contrapposizioni interne. Il rischio concreto è di offrire alla galassia conservatrice italiana non un’alternativa credibile, ma una caricatura di sé stessa, dove le priorità sono spostate dal governo del Paese alla costruzione di micro-corti e di agenti divisivi.


Chiunque abbia a cuore la tenuta del centrodestra dovrebbe guardare con estrema preoccupazione a questa deriva. Perché un partito che dedica energie a mediare l’ambizione personale di soggetti esterni al nocciolo strategico del progetto politico rischia di perdere la bussola, il consenso e, soprattutto, la capacità di incidere.


In ultima analisi, non è un problema di sensibilità diverse: è la questione di chi guida una comunità politica e di chi, invece, usa quella comunità come vetrina per se stesso. In un momento in cui l’Italia affronta scelte decisive, il centrodestra non può permettersi di farsi dettare l’agenda da chi eleva la propria immagine sopra quella del progetto collettivo.


Klevis Gjoka