La Cina approfitta delle tensioni occidentali

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UCapital Media

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È passata un anno dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Donald Trump e un fenomeno economico che avrebbe dovuto segnare una nuova era di leadership americana nel commercio globale ha assunto invece una forma inaspettata: la crescente centralità di Pechino come hub commerciale mondiale. Quella che alcuni commentatori celebrano come una «opportunità» è in realtà il sintomo di un riassetto strutturale dell’economia mondiale, uno spostamento che solleva seri interrogativi sulla salute del sistema di libero scambio che ha sostenuto prosperità e innovazione negli ultimi decenni.


Nel 2025 l’economia cinese ha registrato un surplus commerciale record da 1,2 trilioni di dollari, un livello senza precedenti che riflette più la capacità di Pechino di orchestrare strategie mercantiliste che un’autentica apertura dei mercati globali. Le esportazioni cinesi verso paesi dell’Africa, del Sud‑Est asiatico, dell’America Latina e persino dell’Unione Europea sono aumentate significativamente, mentre quelle verso gli Stati Uniti continuano a scendere. Questa dinamica è spesso descritta come un “pivot” verso nuovi partner, ma è il risultato di rapporti commerciali fortemente squilibrati, sostenuti da politiche di sussidi statali, controllo della valuta e barriere non tariffarie. La narrativa di affidabilità e stabilità che circonda l’ascesa commerciale di Pechino è più retorica che realtà.


Paesi come il Regno Unito e il Canada hanno inviato i loro leader a Pechino, alla ricerca di opportunità di “cooperazione” e di sbocchi per le proprie imprese. Ma è fondamentale guardare oltre la cerimonia diplomatica: trattative e accordi non possono essere equamente bilaterali se una delle parti esercita sistematicamente una leva economica schiacciante e utilizza il commercio come strumento di influenza geopolitica. La storia recente ha dimostrato che l’apertura condizionata di Pechino è spesso accompagnata da impegni che favoriscono i propri campioni nazionali e penalizzano concorrenti esteri. Insistere che tutto questo sia compatibile con il libero scambio è fuorviante.


Il libero scambio non è un valore astratto: è la base di un sistema economico in cui le imprese competono su un terreno paritario, dove la produttività, l’innovazione e l’efficienza determinano il successo. Al contrario, il modello cinese fondato su interventi statali massicci, controllo dei mercati finanziari interni e politiche industriali protezionistiche favorisce una distorsione di queste regole di base, mettendo sotto pressione non solo aziende statunitensi e europee, ma anche imprese nei paesi in via di sviluppo che si trovano costrette a scegliere tra benefici commerciali a breve termine e il rischio di dipendenza economica.


Non va trascurato, tuttavia, che molti protagonisti del mondo economico, inclusi importanti analisti, descrivono Pechino come un “partner affidabile e stabile”. Questo giudizio rischia di essere ingenuo se non tiene conto delle doti coercitive e della strategia di potere economico che il governo cinese ha esercitato in passato, dalla manipolazione valutaria alle restrizioni su investimenti e accesso al mercato, fino alle pressioni geostrategiche nei confronti di nazioni più piccole. In assenza di regole condivise e di standard trasparenti, la parola “stabilità” diventa un eufemismo per «dipendenza commerciale».


La risposta non può essere un protezionismo a somma zero, ma deve piuttosto consistere nel rafforzare istituzioni multilaterali, regole di concorrenza effettive e reti di libero scambio basate su trasparenza e reciprocità. L’accordo commerciale recentemente siglato tra l’Unione Europea e l’India è un esempio di come mercati aperti possano creare opportunità reali, senza scivolare nel circolo vizioso del potere economico come arma geopolitica.


In definitiva, il dibattito economico globale non dovrebbe essere dominato dalla dicotomia semplificata tra “protezione” e “mercantilismo cinese”. Al centro deve esserci la difesa del libero scambio onesto, di un commercio internazionale che premi l’efficienza e non l’egemonia statale. La crescita economica sostenibile, la prosperità diffusa e la stabilità politica derivano dalla competizione leale, non da rapporti mercantili mercificati alle logiche di potere di un singolo paese. L’Europa, gli Stati Uniti e i partner globali non devono cedere all’illusione di un ordine economico “stabile” a senso unico, ma rafforzare insieme una visione di libero scambio veramente equo e plurale.


Klevis Gjoka