Vannacci deposita il simbolo di "Futuro Nazionale", direttamente dal (19)'26

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UCapital Media

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Roberto Vannacci ha depositato presso l’Ufficio brevetti europeo il marchio politico “Futuro Nazionale”, confermando le preoccupazioni di molti osservatori sul possibile avvio di una nuova formazione politica al di fuori della Lega. Anche se Vannacci minimizza l’operazione come un semplice simbolo, l’effetto politico concreto di una scissione o autonomia comunicativa non può essere sottovalutato: ulteriori sigle nel panorama della destra italiana rischiano di disperdere voti e indebolire la coalizione di centro-destra proprio nel momento in cui la competizione elettorale si fa più serrata.


Secondo gli ultimi sondaggi, Fratelli d’Italia resta il primo partito nel centrodestra, ma mostra segnali di leggera erosione rispetto ai mesi scorsi, con la Lega e Forza Italia ancora indietro e il centrosinistra in lieve crescita. In un’ipotetica competizione elettorale attuale, il campo di centrodestra complessivo vale circa il 46,5% delle preferenze, mentre la coalizione di centrosinistra (PD, M5S e Verdi-Sinistra) si avvicina al 42%, con l’aggiunta potenziale di altre liste moderate.


Il dato più significativo è che il vantaggio di FdI su PD si è assottigliato, con la distanza tra le due forze principali che si riduce nelle rilevazioni più recenti. Questo scenario mette in luce un punto fondamentale: ogni percentuale dispersa dal centrodestra non va automaticamente alla coalizione di riferimento, ma può finire per rafforzare indirettamente il centrosinistra se non tradotta in seggi effettivi. In un sistema elettorale competitivo, la compattezza delle coalizioni diventa quindi cruciale.


Se la destra corre compatta dietro un unico cartello elettorale coerente, mantenendo l’attenzione sulle giuste priorità (politiche economiche aperte, difesa dei legami NATO/UE), ha realisticamente le risorse per competere alla pari con il centrosinistra. Tuttavia, la presenza di liste autonome come quella prospettata da Vannacci rischia di sottrarre una frazione di voti proprio in regioni chiave, con un margine potenziale che potrebbe risultare decisivo nei collegi maggioritari.


In diversi casi recenti, il PD e le forze progressiste hanno mostrato capacità di crescita dovuta anche alla loro unità, come evidenziato nelle elezioni regionali in Campania e Puglia dove la coalizione di centrosinistra ha prevalso con ampi margini, contro un centrodestra meno coeso. Nel sud Italia, tradizionalmente più volatile, l’effetto combinato di coalizioni unite e voti conservatori frammentati può risultare in un significativo guadagno di seggi per l’area progressista.


La distribuzione dei voti sul territorio e la legge elettorale giocano un ruolo chiave. Anche con percentuali complessive competitive, una frammentazione interna può tradursi in maggiore vulnerabilità nei collegi uninominali, dove la dispersione di voti su più liste può consentire al centrosinistra di conquistare seggi con pluralità relative.


Da un punto di vista pragmatico, la priorità dovrebbe essere quella di formare un fronte coeso in grado di proporre politiche economiche di mercato, riforme pro-Europa e relazioni transatlantiche forti. Invece, operazioni come quella di registrare marchi politici alternativi o frammentare l’offerta elettorale, pur legittime nel gioco democratico, riducono la capacità di aggregazione dell’offerta politica di centrodestra, con un chiaro rischio di indebolirla di fronte a un avversario che presenta un fronte più coeso e riconoscibile.


Un centrodestra frammentato rischia non solo di perdere elettori verso liste minori, ma anche di perdere terreno rispetto a sfide più ampie, come la capacità di attrarre elettori moderati e i cosiddetti “indecisi”, oggi decisivi in molte competizioni locali e nazionali.


Klevis Gjoka