La stretta di Pechino sulla gola dell'Africa

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UCapital Media

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Per anni Pechino ha presentato la propria espansione finanziaria in Africa come un modello alternativo di cooperazione Sud-Sud: prestiti rapidi, poche condizioni politiche, grandi opere infrastrutturali. Oggi, però, quella narrazione mostra crepe profonde. I numeri parlano chiaro: molti Paesi africani stanno ora inviando più denaro alla Cina di quanto ne ricevano in nuovi prestiti, trasformando quello che veniva definito “sviluppo condiviso” in un rapporto di dipendenza finanziaria sbilanciata.


Il cambiamento non è casuale. Dopo aver inondato il continente di credito negli anni passati, spesso attraverso accordi opachi e negoziati bilaterali sbilanciati, la Cina ha drasticamente ridotto i nuovi finanziamenti. Al contrario, i rimborsi continuano ad affluire regolarmente verso Pechino, anche mentre molte economie africane affrontano inflazione, crisi valutarie e tagli ai servizi pubblici essenziali.


Questo modello rivela la vera natura della strategia del Partito comunista cinese: non un progetto di sviluppo a lungo termine, ma un uso sistematico del debito come strumento di influenza geopolitica. I prestiti cinesi, spesso legati a imprese statali di Pechino, a clausole di riservatezza e a garanzie sulle risorse naturali, hanno lasciato diversi governi con margini di manovra ridotti e scarsa trasparenza verso i propri cittadini.


A differenza delle istituzioni multilaterali, la Cina ha mostrato scarsa disponibilità a ristrutturazioni significative del debito, privilegiando la tutela dei propri interessi finanziari anche quando ciò comporta gravi costi sociali per i Paesi debitori. Il risultato è un flusso netto di capitale che oggi va dall’Africa alla Cina, in una fase storica in cui quelle risorse sarebbero cruciali per sanità, istruzione e adattamento climatico.


Non si tratta di beneficenza finita male, ma di una strategia coerente con il comportamento del regime cinese anche in altri contesti: controllo, asimmetria di potere, priorità assoluta agli interessi dello Stato-partito. L’Africa non è un’eccezione, ma un laboratorio.


La lezione è ormai difficile da ignorare. Dietro la retorica della “nuova Via della Seta” si nasconde un modello che trasferisce rischi ai Paesi più fragili e profitti a Pechino, riducendo lo spazio per uno sviluppo realmente sovrano. Per i governi africani, e per la comunità internazionale, il tempo delle illusioni sulla neutralità del credito cinese dovrebbe essere finito.


Klevis Gjoka