Il compagno Trump e il sol dell'avvenire: l'eredità reaganiana è a rischio
UCapital Media
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Con una serie di mosse che più che risposte strutturali appaiono slogan elettorali, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato negli ultimi giorni due misure interventiste che stanno facendo tremare i mercati e gli economisti: il tentativo di imporre un tetto al 10% sui tassi di interesse delle carte di credito e l’idea di vietare ai grandi investitori istituzionali di comprare case unifamiliari per “difendere” gli acquirenti individuali. Per molti esperti, queste proposte sono non solo sconnesse dall’economia reale, ma potenzialmente devastanti per concorrenza e accesso al credito.
Trump ha annunciato un piano per imporre, con effetto dal 20 gennaio 2026 per un anno, un tetto al tasso di interesse delle carte di credito al 10%. Attualmente la media dei tassi APR sui prestiti revolving è di circa 20–24%, con punte oltre il 30% per chi ha uno score basso.
Sulla carta sembra un sollievo per i consumatori, ma l’imposizione politica di un tetto rigido ai prezzi distorce il mercato: società come Bank of America e Citigroup stanno già valutando carte con APR al 10% solo per conformarsi politicamente, mentre gli stessi dirigenti bancari avvertono che una simile norma taglierebbe l’accesso al credito ai più vulnerabili e richiuderebbe linee di credito a milioni di consumatori.
Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase, ha parlato apertamente di un possibile “disastro economico”, sostenendo che la misura potrebbe portare istituti a chiudere le carte ai clienti con score più basso, ridurre limiti e cancellare programmi di premi. Secondo alcune stime di settore, fino all’82% dei titolari potrebbe vedere la propria carta cancellata o il limite fortemente ridotto se fosse applicato un tetto così rigido, colpendo soprattutto le famiglie a basso reddito che dipendono dal credito rotativo.
I critici sottolineano che tali plafond non risolvono la causa strutturale del problema, ovvero la carenza di educazione finanziaria, la disomogeneità del rischio di credito e i costi di rischio effettivi, ma spingono gli istituti a ridurre l’offerta di credito o a rimpiazzare i profitti con nuove commissioni. Inoltre, la normativa richiederebbe l’approvazione del Congresso, aggravando l’incertezza e i rischi regolatori per le imprese.
Non meno controversa è l’altra proposta di Trump: vietare ai grandi investitori istituzionali di acquistare case unifamiliari per “restituire opportunità di acquisto alle famiglie” e combattere la crisi dell’abitazione. Anche qui, però, i numeri smontano la narrativa politica.
Analisi di mercato mostrano che gli investitori istituzionali controllano una percentuale molto piccola del mercato: le società con oltre 1.000 proprietà rappresentano meno dell’1–3% dell’intero stock di case unifamiliari, e la maggior parte degli acquisti di investitori è svolta da piccoli operatori o “mom-and-pop”, non dalle grandi corporazioni accusate dal presidente.
Economisti liberali e analisti di mercato evidenziano che togliere i grandi compratori non ridurrebbe significativamente i prezzi né aumenterebbe l’offerta di case, che resta drammaticamente insufficiente a causa di regolamentazioni edilizie, costi di costruzione elevati e scarsa innovazione nella filiera delle costruzioni. Senza affrontare queste cause strutturali, l’effetto di una legge simile rischia di essere simbolico e inefficace.
In alcuni casi, la rimozione di investitori istituzionali potrebbe addirittura restringere ulteriormente la liquidità del mercato immobiliare, rallentando transazioni e rallentando la costruzione di nuove abitazioni, con effetti perversi sui prezzi e sull’occupazione nel settore edilizio.
Dal tetto ai tassi di interesse alla demonizzazione degli investitori, le proposte di Trump riflettono più una strategia elettorale populista che una politica economica coerente. L’esperienza storica suggerisce che intervenire nei prezzi di mercato con limiti rigidi o divieti non elimina i problemi, li sposta, generando effetti collaterali come il "credit crunch", scarsità di servizi e penalizzazione dei più fragili.
Per chi crede nel libero mercato, queste mosse rischiano di infrangere i meccanismi di formazione dei prezzi e competizione, impoverendo l’ecosistema imprenditoriale e aumentando l’incertezza normativa per investitori, lavoratori e consumatori. Il vero tema per il Paese resta aumentare la produttività, ridurre gli oneri regolatori e favorire maggiore offerta di beni e servizi, non imporre tetti e divieti che appaiono efficaci solo come slogan pubblicitari.
Klevis Gjoka
