L’Europa finanzia le armi ucraine, ma a brindare è l’America
UCapital Media
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A fine dicembre 2025 l’Unione Europea ha trovato l’accordo sugli aiuti finanziari all’Ucraina: un prestito da 90 miliardi di euro senza interessi, garantito dal bilancio comunitario e non, come si era tentato di fare finora, dagli asset congelati alla Repubblica Russa presso la banca Euroclear del Belgio. L’obiettivo è chiaro: aiutare Kiev a fermare l’avanzata delle forze armate russe. Il finanziamento, quanto ha fatto sapere l’Europa, sarà utilizzato per acquistare armi di produzione europea, ma con un’eccezione: l’Ucraina potrà acquistare dagli Stati Uniti quei sistemi d’arma che le imprese europee della difesa non realizzano.
Sulla carta sembra un buon accordo che pone fine a oltre un anno di discussioni su come assistere l’esercito ucraino. Ma proprio qui è il problema. I sistemi d’arma che l’Europa non produce sono i più costosi e quindi rischiano di assorbire gran parte delle risorse. Sarebbe un bello smacco per i nostri campioni della difesa, come Rheinmetall, Leonardo, Fincantieri, Thales e BAE Systems.
Le armi più sofisticate, come i caccia F-35, i missili Patriot e altre tecnologie di intercettazione aerea, le compriamo quasi tutte dagli USA.
I numeri parlano chiaro: tra il 2020 e il 2024, il 64% delle importazioni di armi dei Paesi NATO europei è arrivato dagli USA, con un aumento del 155% rispetto agli anni precedenti. Quest’anno, per esempio, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia e Danimarca hanno già speso un miliardo di dollari in sistemi missilistici americani Patriot da mandare a Kiev.Tra il 2022 e il 2024, oltre il 50% della spesa europea per nuovi equipaggiamenti militari è stata aggiudicata a fornitori americani, quasi il doppio rispetto al triennio precedente.
L’UE ripete come un mantra che vuole “rafforzare le industrie di difesa europee e ucraine”. Belle parole, ma senza regole precise restano solo tali, e lo sanno bene anche gli investitori di Borsa, che dopo aver spinto al rialzo tutti i titoli degli armamenti hanno cominciato a penalizzare le aziende europee non appena si aprono spiragli di accordo per una tregua o per la pace. A titolo di esempio, la tedesca Rheinmetall è in calo del 4,5% dopo il balzo di novembre e l’indice di settore è caduto ai minimi storici degli ultimi mesi.
Per concludere, l’accordo europeo sugli aiuti dà certamente una boccata d’ossigeno alle difese ucraine, ormai depauperate da oltre tre anni di guerra. Ma certamente non è il prestito risolutivo per la guerra, né tantomeno l’avvio di una nuova stagione di politica industriale per l’industria europea della difesa.
Alessandro Ted
