In manovra anche libero scambio con gli USA, Meloni "ponte" tra Trump e UE
UCapital Media
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Nel cuore della manovra di bilancio 2026, presentata in Parlamento dal governo guidato da Giorgia Meloni, è spuntato un passaggio che non è passato inosservato ai diplomatici di Bruxelles e Washington: l’esplicito riferimento alla volontà di lavorare verso un’area di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti.
Questo riferimento, inserito nella bozza di una risoluzione di maggioranza che accompagnerà la posizione italiana al Consiglio Europeo del 18–19 dicembre, riflette un mutato equilibrio nella visione strategica di Roma: non più solo protezionismo tattico o difesa di interessi settoriali, ma una visione di lungo periodo per un mercato transatlantico più integrato e competitivo.
Dopo anni di discussioni a livello europeo sul concetto di Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) — ovvero un’area commerciale in cui dazi e barriere non tariffarie vengono abbattuti – il fatto che un Paese membro dell’UE spinga apertamente nell’agenda di bilancio nazionale e europea questa idea è significativo. TTIP resta un progetto teorico, ma se portato avanti con pragmatismo potrebbe significare il più grande mercato libero esistente tra due partner che insieme rappresentano circa metà del PIL mondiale.
Negli ultimi mesi, tensioni commerciali hanno messo in luce la fragilità dei rapporti economici transatlantici: l’imposizione o la minaccia di dazi da parte statunitense e le reazioni europee hanno mostrato quanto sia cruciale stabilire regole condivise piuttosto che reagire in ordine sparso. Un accordo strutturato di libero scambio potrebbe contribuire a prevenire spirali protezionistiche che danneggiano sia esportatori europei sia consumatori americani.
È chiaro che Meloni non intende ignorare gli equilibri comuni dell’Unione Europea: qualsiasi negoziato commerciale con gli USA è di competenza esclusiva dell’UE nel suo complesso e non degli Stati membri singoli. Questa distinzione è ribadita dalle istituzioni europee per garantire coerenza e forza negoziale unitaria. Tuttavia, spingere per una ambizione transatlantica più forte in sede europea, da parte di Roma, è un segnale politico di rilievo.
Un progetto di libero scambio non è privo di questioni complesse: le differenze normative in settori sensibili (agricoltura, standard ambientali, servizi) richiedono compromessi difficili. Inoltre, l’interesse italiano per certi settori, come l’agroalimentare, resta forte, e qualsiasi apertura commerciale dovrà tener conto di questi equilibri interni.
Infine, un accordo di così ampia portata non potrà essere raggiunto rapidamente: richiede il consenso di tutte le capitali europee e una negoziazione prolungata con Washington. Tuttavia, inserire il tema nella manovra e nel dibattito europeo segna un cambio di marcia politico verso una visione atlantista, pragmatica e pro-crescita che guarda oltre le crisi di breve termine.
Klevis Gjoka
