Il petrolio perde oltre il 3% nelle contrattazioni di martedì, mentre gli Stati Uniti sembrano spostare il focus dalla pressione militare a quella economica sull’Iran, riducendo i timori di una nuova escalation del conflitto in Medio Oriente.
Il Brent cede il 3,2% a 89,20 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) scende del 3,3% a 82,21 dollari. I prezzi del greggio hanno perso oltre il 5% dall’inizio della settimana, dopo che Washington ha annunciato una nuova serie di sanzioni contro l’Iran e contro i soggetti che continuano a commerciare con Teheran.
La Casa Bianca ha definito la nuova strategia una sorta di “D-Day economico”. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha descritto la campagna come “la più grande offensiva finanziaria mai intrapresa”.
Il cambio di approccio sembra aver contribuito ad allentare i timori sui mercati energetici. Secondo il New York Times, il Dipartimento di Stato americano starebbe preparando il rientro in Medio Oriente di alcuni diplomatici evacuati, forse già questa settimana. Il ritorno del personale diplomatico potrebbe indicare che Washington non prevede, almeno nell’immediato, una nuova fase di guerra su vasta scala.
Il rischio di un intervento militare, tuttavia, non è stato completamente escluso. Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha ribadito che gli Stati Uniti sono pronti a ricorrere nuovamente alla forza se necessario, anche nello Stretto di Hormuz e nelle aree circostanti l’Iran.
“Se avremo bisogno di usare attacchi cinetici, li useremo”, ha dichiarato Hegseth, sottolineando però che in questo momento “la pressione economica è ciò che li danneggia maggiormente”.
Da Teheran arriva intanto una risposta di fermezza. Il ministro dell’Economia iraniano Ali Madanizadeh ha dichiarato alla televisione di Stato che il Paese è “pienamente preparato” a resistere a nuove sanzioni statunitensi.
“Il governo è ed era pronto e ha un piano di due anni per gestire questi eventi”, ha affermato, aggiungendo che l’Iran dispone dei propri strumenti per affrontare la pressione americana.
La questione delle sanzioni coinvolge anche la Cina, uno dei principali partner commerciali di Teheran e il principale acquirente del petrolio iraniano. Pechino ha reagito alle nuove misure di Washington promettendo di “fare tutto il necessario per salvaguardare fermamente i propri diritti e interessi”.
Il ministero degli Esteri cinese ha ribadito la propria opposizione alle sanzioni unilaterali statunitensi, sostenendo che la cooperazione tra Cina e Iran avviene nel rispetto del diritto internazionale e non dovrebbe essere ostacolata.
Secondo gli analisti di BBH, le nuove misure americane rappresentano più un “colpo di avvertimento” che un attacco decisivo. Il nodo principale resta infatti la possibilità che Washington colpisca anche i Paesi che continuano a commerciare con l’Iran.
La Cina rappresenta in questo senso il punto di maggiore pressione: secondo BBH, Pechino è il principale partner commerciale dell’Iran e acquista circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Un eventuale intervento contro banche e raffinerie cinesi potrebbe però provocare ritorsioni da parte di Pechino e aumentare il rischio di nuove tensioni finanziarie tra le due maggiori economie mondiali.