Asia in rosso, pesano tensioni geopolitiche e timori sui tassi Usa

Nikkei, Hang Seng e Kospi chiudono in forte calo il 15 maggio 2026. Solo Shanghai limita le perdite grazie alla tenuta del mercato cinese interno.


Mercati asiatici sotto pressione: vola il petrolio, salgono i rendimenti Usa

Le principali borse asiatiche hanno archiviato la seduta del 15 maggio 2026 in territorio prevalentemente negativo, appesantite dall’aumento dei rendimenti obbligazionari statunitensi, dalle nuove tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dall’incertezza sulle prossime mosse della Federal Reserve.


A pesare sui listini è stato soprattutto il rialzo del Treasury decennale americano, salito sui massimi da mesi dopo dati macroeconomici statunitensi superiori alle attese e nuove pressioni inflazionistiche legate all’impennata del prezzo del petrolio. Il Brent ha infatti superato i 107 dollari al barile, sostenuto dalle tensioni nell’area dello Stretto di Hormuz e dai timori per possibili interruzioni delle forniture energetiche globali.


Sul fronte geopolitico, gli investitori hanno seguito con attenzione anche la visita del presidente statunitense Donald Trump a Pechino e il confronto con il presidente cinese Xi Jinping. Sebbene i toni siano stati definiti più distensivi rispetto ai mesi precedenti, il mercato continua a temere nuove frizioni commerciali tra Washington e Pechino, soprattutto sul comparto tecnologico e sulle esportazioni di semiconduttori.


I principali indici asiatici: Nikkei e Kospi guidano i ribassi

La seduta più volatile è stata quella della Corea del Sud. Il Kospi, dopo aver superato per la prima volta nella storia la soglia degli 8.000 punti nelle prime ore di contrattazione, ha invertito bruscamente la rotta chiudendo a 7.727,34 punti, in calo del 3,2%. Le prese di profitto sui titoli tecnologici e i timori per un rallentamento globale hanno colpito duramente il comparto AI e semiconduttori.


In Giappone, il Nikkei 225 ha terminato la giornata a 61.880,04 punti, in ribasso dell’1,2%. A influenzare Tokyo sono stati i nuovi dati sull’inflazione wholesale giapponese, salita al 4,9% annuo, il livello più alto degli ultimi tre anni. Il dato rafforza l’ipotesi di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Bank of Japan, scenario che ha penalizzato il mercato azionario nipponico.


Seduta negativa anche per Hong Kong: l’Hang Seng ha chiuso a 26.145,66 punti, in calo dello 0,9%, frenato soprattutto dai titoli tecnologici e finanziari. Diversa invece la performance della Cina continentale: lo Shanghai Composite è riuscito a limitare le pressioni ribassiste terminando a 4.183,05 punti, in lieve rialzo dello 0,1%, sostenuto dalle aspettative di nuovi interventi di stimolo da parte di Pechino.


Inflazione, petrolio e Fed: gli elementi che hanno mosso i mercati

Gli operatori guardano ora con crescente attenzione alle prossime decisioni della Federal Reserve. Secondo gli analisti internazionali, la combinazione tra inflazione energetica, consumi resilienti negli Stati Uniti e rialzo dei rendimenti obbligazionari potrebbe spingere la banca centrale americana verso un nuovo aumento dei tassi entro fine anno. Reuters segnala che il mercato sta già prezzando una probabilità vicina al 45% di una nuova stretta monetaria nel 2026.


Contestualmente, il rafforzamento del dollaro e l’aumento del costo del denaro stanno riducendo l’appetito per gli asset più rischiosi, soprattutto nei mercati emergenti asiatici. Gli investitori restano inoltre cauti per l’evoluzione della crisi energetica internazionale e per le possibili ripercussioni economiche di un eventuale prolungamento delle tensioni nel Golfo Persico.


Andrea Pelucchi