I principali indici azionari statunitensi hanno aperto in netto calo, con i futures di Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq che hanno perso circa l'1% dopo l’escalation di tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Il settore energetico ha subito forti pressioni rialziste: i prezzi del petrolio Brent sono saliti di circa il 12-13%, toccando brevemente gli 80 dollari al barile, mentre il WTI statunitense ha registrato aumenti significativi. La crescita dei prezzi riflette i timori di possibili interruzioni delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, una via critica per l’export di greggio.
Le tensioni hanno avuto un impatto immediato anche sul settore del trasporto aereo e del turismo. Oltre 5.000 voli sono stati cancellati nei primi due giorni di marzo a causa della chiusura dello spazio aereo sopra regioni chiave come Dubai, Abu Dhabi, Doha e Tel Aviv, provocando ritardi e disagi per decine di migliaia di passeggeri e causando netti cali in borsa.
La sospensione o deviazione delle rotte ha colpito i principali vettori internazionali, con perdite fino a circa il 12% per alcune compagnie aeree, come Delta Air Lines, mentre American Airlines ha registrato un calo del 3%.
Anche l’industria alberghiera ha subito forti cadute in borsa. Marriott International e Hilton Worldwide Holdings hanno chiuso in calo, mentre le compagnie di crociera hanno registrato flessioni marcate: Royal Caribbean Cruises ha perso il 6% e Carnival Corp. il 7%.
La combinazione di incertezza geopolitica, rialzo dei prezzi del petrolio e turbolenze nel settore travel ha creato un quadro di forte cautela tra gli investitori, con le azioni a maggiore rischio, in particolare nei settori della tecnologia e della crescita, sotto pressione e una generale tendenza a privilegiare asset rifugio come oro e dollaro statunitense.
Gli analisti sottolineano che l’evoluzione dei mercati nei prossimi giorni sarà fortemente influenzata dagli sviluppi geopolitici più che dai dati economici tradizionali.
Benedetta Zimone
