Nuovo Cinema Artificiale: Danny Boyle, Ink e l'esperimento con l'IA

Un esperimento molto limitato, ma sufficiente a riaprire una domanda sempre più difficile da ignorare: quanto spazio resterà all'uomo nel cinema del futuro?


L'intelligenza artificiale entra nel cinema di Danny Boyle

Il regista britannico ha confermato di aver utilizzato strumenti di AI generativa nel suo nuovo film Ink, che ha aperto dell'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. L'utilizzo, ha spiegato Boyle, riguarda circa 30 secondi complessivi del film e comprende immagini animate a partire da fotografie storiche, tra cui quelle dei gemelli Kray e di Margaret Thatcher.


L'AI, dunque, rappresenta solo uno degli strumenti impiegati all'interno di una produzione cinematografica. Eppure, proprio la scelta di un regista come Boyle rende l'episodio significativo. L'intelligenza artificiale non è più soltanto materia da conferenze, esperimenti indipendenti o discussioni sul futuro dell'industria: comincia a entrare, anche in maniera circoscritta, nel lavoro di autori affermati.


Il paradosso è che Ink racconta proprio una precedente rivoluzione tecnologica e culturale. Il film, scritto da James Graham, ricostruisce la nascita del Sun di Rupert Murdoch e Larry Lamb nel 1969, mostrando come un nuovo modo di concepire l'informazione abbia contribuito a trasformare il rapporto tra media e pubblico. Molto tempo prima dei social network, del clickbait e delle piattaforme digitali, il tabloid britannico aveva già iniziato a cambiare le regole del gioco.


Dalla rivoluzione dei media alla rivoluzione dell'AI

È proprio qui che Ink diventa qualcosa di più di un semplice film sulla storia del giornalismo britannico. La pellicola racconta una tecnologia editoriale e un modello di comunicazione capaci di modificare profondamente il modo in cui le notizie vengono costruite e consumate. Quasi sessant'anni dopo, Boyle si trova a lavorare all'interno di un'altra trasformazione altrettanto radicale.


La differenza, però, è enorme. Il passaggio inaugurato dal Sun riguardava soprattutto il modo di confezionare e distribuire l'informazione. L'intelligenza artificiale sta iniziando a intervenire direttamente nella sua produzione. E questo vale anche per il cinema: immagini, effetti visivi, animazioni, doppiaggio, pre-visualizzazione e molto altro possono essere sempre più supportati da sistemi capaci di generare o modificare contenuti.


Con Ink il cinema però non si arrende alle macchine, ma inizia ad andare oltre con strumenti nuovi. La questione non è tanto se l'AI entrerà nel cinema, perché questo è già avvenuto. La questione è quanto nel profondo riuscirà a entrarci e quali professioni, processi e competenze finirà per trasformare (o sostituire?).


Il vero problema non è la macchina, ma chi la controlla

Durante la presentazione di Ink, il regista ha espresso forti preoccupazioni sull'espansione dell'intelligenza artificiale, soprattutto per le possibili conseguenze sul giornalismo. Boyle ha messo in discussione l'idea di un sistema nel quale le aziende possano arrivare a sostituire i giornalisti con strumenti più economici ed efficienti, chiedendosi allo stesso tempo se una macchina possa davvero “parlare verità” al potere che l'ha creata.


Il suo rapporto con l'AI diventa così tutt'altro che lineare: da una parte la utilizza per una piccola porzione del proprio film; dall'altra mette in guardia dalla possibilità che la stessa tecnologia finisca per sostituire il lavoro umano anziché assisterlo. Con la nascita di un nuovo linguaggio cinematografico nel quale l'AI diventerà uno strumento come molti altri,il punto non sarà più chiedersi se una macchina possa fare cinema. Sarà capire che cosa un autore umano riuscirà a fare quando avrà a disposizione strumenti che fino a pochi anni fa erano solo utopia.


E forse è proprio questo il cortocircuito più interessante di Ink: un film che racconta una rivoluzione dell'informazione arriva nel momento in cui un'altra rivoluzione sta iniziando a cambiare il modo stesso in cui le immagini vengono create. Il cinema, ancora una volta, si trova davanti a una tecnologia che può trasformarlo. La differenza è che questa volta la tecnologia non sta soltanto cambiando lo schermo. Sta iniziando a entrare nella stanza dello sceneggiatore, del regista e dell'artista.


Andrea Pelucchi