Il mercato obbligazionario globale torna sotto pressione. Da Londra a Tokyo, gli investitori chiedono rendimenti più elevati per detenere titoli di Stato a lunga scadenza, in un contesto segnato da debito pubblico crescente, inflazione persistente e maggiore incertezza sulle politiche economiche.
Al centro della dinamica ci sono soprattutto gli Stati Uniti. Il rendimento del Treasury americano a 30 anni si mantiene al 5,27%, dopo aver raggiunto ad agosto il livello più alto dal 2007. Secondo l’analisi riportata dal Corriere della Sera, il problema per i mercati non sarebbe quindi soltanto l’impatto dei dazi di Donald Trump sull’economia europea, ma soprattutto la traiettoria del debito pubblico americano, insieme alle tensioni geopolitiche e alle pressioni inflazionistiche.
L’aumento dei rendimenti americani tende infatti a propagarsi anche agli altri mercati obbligazionari. I governi devono offrire una remunerazione maggiore per attirare capitali, mentre gli investitori chiedono un premio più elevato per il rischio di detenere titoli a lunga scadenza.
La pressione è evidente anche in Europa. In Italia il rendimento del titolo di Stato a 10 anni è al 4,228%, in aumento di 19,5 punti base nell’ultimo mese e di 87 punti base negli ultimi sei mesi. Il rendimento sale al 4,779% sulla scadenza a 20 anni e raggiunge il 4,937% sul 30 anni, ormai vicino alla soglia del 5%.
La curva italiana mostra quindi un aumento significativo del costo del debito soprattutto sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del Btp a 5 anni è al 3,618%, mentre quello a 10 anni supera il 4,2%.
L’Italia presenta una situazione particolare: è l’unico Paese del G7 a registrare oggi un surplus primario, ma il debito pubblico resta superiore al 137% del Pil. Un livello che rende particolarmente importante il costo al quale lo Stato deve rifinanziare il proprio debito.
Il fenomeno, tuttavia, non riguarda soltanto Roma. In Giappone il rendimento del titolo governativo a 30 anni è salito al 4,19%, vicino ai massimi storici, mentre nel Regno Unito il rendimento dei titoli trentennali ha raggiunto i livelli più alti dal 1998. Anche i rendimenti dei titoli francesi si trovano ai massimi da decenni.
A pesare è soprattutto la crescente preoccupazione per la sostenibilità dei conti pubblici. I governi devono finanziare deficit elevati proprio mentre gli investitori chiedono maggiore remunerazione per acquistare debito a lunga scadenza. A questo si aggiunge la concorrenza per il capitale da parte delle grandi società tecnologiche, che stanno emettendo ingenti quantità di debito per finanziare gli investimenti nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.
La componente politica resta centrale. L’amministrazione Trump ha contribuito ad aumentare l’incertezza sui mercati attraverso la politica commerciale e le tensioni geopolitiche. L’aumento dei costi energetici legato al conflitto in Medio Oriente rischia inoltre di alimentare nuovamente l’inflazione, rendendo più complesso il lavoro delle banche centrali.
Il risultato è un mercato che penalizza soprattutto le scadenze più lunghe. Più lunga è la durata di un titolo, maggiore è infatti l’esposizione degli investitori al rischio che inflazione e tassi restino elevati nel tempo.
Per le Borse, rendimenti obbligazionari più alti rappresentano un elemento di pressione perché aumentano il costo del capitale e rendono relativamente più attraenti i titoli di Stato rispetto agli asset più rischiosi. Per i governi, invece, significa un aumento del costo di rifinanziamento del debito.
Il segnale che arriva dal mercato obbligazionario è quindi globale: gli investitori stanno chiedendo un premio più elevato per prestare denaro agli Stati. E con il Treasury americano al 5,27% sul trentennale e il Btp italiano vicino al 5% sulla stessa scadenza, la pressione sul costo del debito torna a essere uno dei principali temi per i mercati.