Donne ai vertici, il paradosso italiano: più laureate degli uomini ma solo il 21,8% dei dirigenti



Come confermano i dati più recenti, le donne italiane studiano di più: conseguono un numero maggiore di lauree triennali, magistrali, magistrali a ciclo unico e master rispetto agli uomini. Nel 2024, infatti, quasi il 60% dei laureati è donna, confermando la prevalenza femminile nel sistema universitario italiano. Il dato emerge dall'elaborazione del Rendiconto di Genere 2025 su dati AlmaLaurea.

Eppure, questo vantaggio formativo non si traduce in una pari presenza ai vertici del mondo del lavoro. Al contrario, quando si sale ai livelli apicali delle organizzazioni, il divario di genere torna ad ampliarsi e le donne continuano a essere nettamente sottorappresentate nelle posizioni di leadership.


È il paradosso fotografato dal Rendiconto di Genere 2025 dell’INPS: un capitale umano femminile sempre più qualificato che continua però a incontrare ostacoli nell’accesso alle posizioni decisionali.


Nel settore privato italiano, infatti, solo il 21,8% dei dirigenti con contratto a tempo indeterminato è donna, contro il 78,2% degli uomini.


La situazione a livello europeo non è comunque delle migliori.


Il World Economic Forum evidenzia come in Europa il problema non riguardi soltanto la presenza femminile nei consigli di amministrazione, ma soprattutto il passaggio ai ruoli esecutivi più importanti: nelle grandi aziende europee le donne occupano appena l’8% delle posizioni di amministratore delegato.


Tuttavia, in Italia il dato è ancora più critico: secondo la ricerca citata dal World Economic Forum, le donne alla guida delle principali società italiane rappresentano appena il 2,4% dei CEO.


Eppure, come anticipato, esiste il paradosso dell’istruzione.


Le donne oggi rappresentano la maggioranza dei laureati italiani: sono il 59,4% dei laureati triennali e il 57,8% dei laureati magistrali. Nei corsi magistrali a ciclo unico arrivano invece, al 69,4%. Anche nei master il peso femminile è superiore: il 66,9% dei diplomati nei master di primo livello e il 60% in quelli di secondo livello. Nei dottorati la situazione è quasi paritaria, con il 49,7% di donne e il 50,3% di uomini.


Il problema, quindi, non è l’accesso alla formazione, ma la capacità di trasformare il titolo di studio in crescita professionale e leadership.


Più istruite, ma spesso impiegate al di sotto del proprio livello. Un altro elemento evidenziato dal rapporto INPS riguarda il fenomeno della sovraistruzione: molte lavoratrici svolgono mansioni inferiori rispetto al titolo di studio ottenuto.



L’Europa ha inoltre introdotto nuovi obiettivi sulla parità nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, fissando il traguardo del 40% di presenza del sesso meno rappresentato tra gli amministratori non esecutivi e del 33% considerando tutti i membri dei board.


Il caso italiano mostra quindi una contraddizione evidente: le donne hanno ormai conquistato un vantaggio nei percorsi universitari, ma continuano a essere sottorappresentate nei luoghi in cui vengono prese le decisioni. La sfida della parità non riguarda più soltanto l’accesso allo studio, come poteva accadere in passato, ma il passaggio dalla formazione alla leadership.