Petrolio, inflazione e Fed: perché il nuovo shock energetico rischia di cambiare lo scenario dei mercati



La nuova escalation delle tensioni in Medio Oriente rischia di modificare radicalmente le aspettative sulla politica monetaria della Federal Reserve. Dopo il ripristino del blocco delle spedizioni iraniane attraverso lo Stretto di Hormuz annunciato dal presidente Donald Trump, il rialzo del petrolio torna a rappresentare il principale fattore di rischio per l'inflazione statunitense, proprio mentre i mercati si preparano a una settimana decisiva con la pubblicazione dei dati sui prezzi al consumo (CPI) e alla prima testimonianza al Congresso del presidente della Fed Kevin Warsh.


Il legame tra petrolio e inflazione è diretto. Negli Stati Uniti l'energia rappresenta circa il 7-8% del paniere del Consumer Price Index (CPI) e l'impennata del greggio registrata dalla fine di febbraio, con il WTI salito fino al 40-50% rispetto ai livelli precedenti al conflitto con l'Iran, ha già contribuito ad accelerare l'inflazione headline, che a maggio ha raggiunto il 4,1% su base annua, il livello più elevato degli ultimi tre anni.


L'effetto, però, non si limita ai carburanti. Un petrolio più caro aumenta i costi di trasporto, della produzione industriale e delle materie prime agricole, trasferendosi progressivamente sui prezzi di beni e servizi. È questo il meccanismo che alimenta il core CPI, l'indice depurato dalle componenti più volatili come energia e alimentari, rimasto al 3,4%, ben al di sopra dell'obiettivo del 2% fissato dalla Federal Reserve.


A preoccupare la banca centrale sono anche le aspettative di inflazione. Quando famiglie e imprese iniziano a prevedere prezzi più elevati nel tempo, aumenta il rischio di una spirale tra salari e prezzi che rende più difficile riportare l'inflazione sotto controllo. Parallelamente, il rialzo della benzina verso la soglia psicologica dei 4 dollari al gallone rappresenta un ulteriore elemento di pressione sul sentiment dei consumatori americani.


Il paradosso è che il dato sull'inflazione di giugno potrebbe apparire relativamente rassicurante. Il consenso degli economisti prevede infatti un rallentamento del CPI, grazie alla temporanea discesa del petrolio registrata dopo l'accordo di pace tra Stati Uniti e Iran raggiunto a fine maggio. Tuttavia, il nuovo deterioramento del quadro geopolitico rende queste rilevazioni già in parte superate: il successivo rialzo del greggio verrà incorporato soprattutto nei dati di luglio, che saranno pubblicati ad agosto.


Per la Federal Reserve si profila quindi uno scenario complesso. Da un lato l'economia americana mostra segnali di rallentamento, con il Pil del secondo trimestre atteso in crescita intorno all'1,1%, contro il 2,1% del trimestre precedente; dall'altro il ritorno delle pressioni energetiche rischia di alimentare nuovamente l'inflazione. Una combinazione che richiama il rischio di stagflazione, ovvero crescita debole accompagnata da prezzi elevati.


Lo scenario ritenuto più probabile dagli analisti resta quello di una Fed che manterrà invariati i tassi nella riunione del 29 luglio, ribadendo un approccio fortemente dipendente dai dati macroeconomici. Un'inflazione core superiore alle attese, unita a un petrolio stabilmente sopra gli 85 dollari al barile, potrebbe però riaprire il dibattito su un ulteriore irrigidimento della politica monetaria entro la fine dell'anno. Al contrario, solo un deciso raffreddamento dell'inflazione accompagnato da un ritorno delle quotazioni energetiche su livelli più contenuti potrebbe consentire alla banca centrale di prendere in considerazione un taglio dei tassi nei mesi successivi.


Le implicazioni per i mercati sono rilevanti. Le banche potrebbero continuare a beneficiare di tassi elevati grazie a maggiori margini d'interesse, mentre il comparto energetico resta il principale vincitore dell'aumento del greggio. Sul mercato obbligazionario, invece, rendimenti più alti riflettono aspettative di una Fed meno accomodante, mentre l'oro continua a salire come bene rifugio, pur senza evidenziare segnali di panico tra gli investitori. Anche il dollaro rimane sotto osservazione: nonostante il petrolio in rialzo, la valuta americana risente ancora delle aspettative di rallentamento economico, una dinamica che potrebbe però invertirsi qualora i dati sull'inflazione sorprendessero al rialzo.