La blue economy: la grande opportunità economica che l'Italia ha già in casa


Si parla spesso di ciò che manca alla nostra economia: risorse energetiche, materie prime, sovranità digitale. Ma c'è una risorsa strategica che non dobbiamo importare, che nessuno può delocalizzare e su cui pochi concorrenti possono competere con noi per posizione: il mare.


Al forum Economia del Mare de Il Sole24Ore, ieri a Palazzo Ducale a Genova, i numeri parlavano chiaro. La blue economy vale l'11,3% del PIL italiano. Siamo tra i quattro Paesi che generano il 60% del valore aggiunto blu dell'UE. La nautica esporta il 90% di ciò che produce e genera oltre 13 miliardi di valore aggiunto. E dal Mediterraneo, da solo la quinta economia della regione con 450 miliardi di dollari di prodotto marino lordo, passano il 27% delle rotte strategiche mondiali e il 65% degli approvvigionamenti energetici europei.


Non partiamo da zero. Partiamo da primi. Il potenziale di crescita è enorme, proprio dove l'Europa cerca risposte.

Energia: l'eolico offshore europeo ha aumentato il valore aggiunto del 42% in un anno: energia pulita, prodotta in casa.

Tecnologia: robotica subacquea, digital twin di navi e porti, elettrificazione delle banchine, cavi sottomarini: frontiere dove ingegneria, cantieristica e design italiani hanno già credibilità internazionale.


Lavoro: il settore cerca decine di migliaia di professionalità, diplomati e laureati: un'offerta di futuro per una generazione intera. Finanza: l'SDG 14, dedicato alla vita sott'acqua, è il meno finanziato dei 17 obiettivi ONU, eppure ogni dollaro investito negli oceani genera almeno cinque dollari di benefici. Il capitale che arriverà su questo mercato non farà solo bene all'ambiente: farà anche bene ai conti degli shareholders.


Una condizione è irrinunciabile: sfruttare questa ricchezza in modo sostenibile, con una visione di lungo periodo. Perché il Mediterraneo è fragile per costruzione: semi-chiuso, un grande lago aperto solo su Gibilterra, in cui sfociano fiumi che drenano bacini densamente popolati come Po, Rodano e Nilo, quest'ultimo tra i primi dieci al mondo per plastica riversata in mare. Tutto ciò che entra, resta: oggi il Mediterraneo contiene quasi 1,2 milioni di tonnellate di plastica e il 7% delle microplastiche mondiali, in meno dell'1% dei mari del pianeta.


Ma la rotta si può invertire: dieci anni fa l'87% degli stock ittici era sovrasfruttato, oggi al 52% (minimo del decennio), con pressione di pesca dimezzata e biomassa +25%. Quando gestione e regole funzionano, il mare risponde. Mare Nostrum o Mare Plasticum: la differenza la faranno gli investimenti, le regole e le competenze che sapremo mettere in acqua!

Italiani, popolo di navigatori, si sa. L'Italia non deve inventarsi una vocazione, deve solo riconoscere quella che ha da sempre e renderla protagonista nella sua politica industriale.


Elisabetta Cireddu