Hormuz, la crisi invisibile dei fertilizzanti

La crisi dei rifornimenti di urea e zolfo mina silenziosamente l’economia europea: ripercussioni su future alimentari, titoli di chimica, shipping e GDO; inflazione alimentare stimata a tutto il 2027.


Gennaro Romano, Napoli - Il memorandum firmato il 17 giugno dai vertici di Stati Uniti e Iran, lo stallo nelle trattative e il cattivo stato dell’attività di smantellamento del blocco navale non consentono di riprendere a Hormuz un traffico normale. L’attacco iraniano di domenica 28 a Kuwait e Bahrein e le conseguenti minacce americane sono spia di una tregua fragilissima, nonostante un nuovo concordato tra USA e Iran in vista del vertice di Doha di martedì 30. Se l’attenzione dei media europei è sui danni da blocco del petrolio, va tenuto presente che questi danni sono molto più forti per le economie asiatiche che per quelle europee. Prima del blocco attraverso Hormuz passava il 20% del petrolio mondiale, diretto principalmente in Asia. Quello che interessa molto da vicino l’Europa è il transito di zolfo e urea, essenziali per la sintesi dei prodotti chimici per agricoltura e di cui i paesi del Golfo esportavano in tempo di pace rispettivamente il 44% e il 31% del totale mondiale. Infatti, il zolfo è uno scarto della raffinazione del petrolio e l’urea del gas naturale.


L’urea ha toccato $850 la tonnellata al picco durante il blocco, salvo poi scendere a $410/t sul mercato FOB (-6% solo sulla settimana precedente), tutto sommato a livelli prebellici. Nonostante ciò, il prezzo sul mercato spot europeo è di €750/t e a poco sta valendo l’eliminazione dei dazi comunitari su urea e ammoniaca. Invece, non accenna a scendere neanche sul mercato dei contratti fisici lo zolfo: dalla forbice prebellica $140-180/t, siamo al 26/06 intorno a $520/t sui contratti fisici a lungo termine. A questi va sommato un costo del trasporto che dai livelli di metà febbraio ($25/t) è giunto all’attuale forbice di $160-170/t. Se il mercato Estremo Oriente accusa prezzi al mercato spot di $1280-1340/t a causa della forte dipendenza dell’industria cinese (che vanta il 46% del settore chimico mondiale) dalla lavorazione dello zolfo, l’Europa si è fermata a massimi di €800/t.


Una serie di fattori impedisce la discesa nei prossimi tempi e anche nel medio-lungo periodo del prezzo sia a valle che a monte di questi beni indispensabili per l’agricoltura europea nonostante la progressiva riapertura dello stretto di Hormuz. Anzitutto, la fragilità della tregua e la consistenza degli incidenti militari in tutto il Medio Oriente, che spinge gli assicuratori a spingere in alto i premi, arrivati addirittura al 10% del valore delle imbarcazioni. Per ridurre i rischi, le shipping company prediligono merci con valore di mercato più alte di ammoniaca, urea e zolfo, cioè petrolio raffinato o gas naturale.


In secondo luogo, si prediligono tratte più sicure rispetto al Mar Rosso o allo stesso Golfo Persico, finendo per convogliare i prodotti del Golfo su rotte che circumnavigano l’Africa. Questo comporta quella levitazione del costo del trasporto che nel caso osservato prima dello zolfo è di oltre sei volte: infatti, il tempo di trasporto verso l’Europa si allungato dai 10 ai 14 giorni rispetto alle tempistiche precedenti al blocco.


Le 3-400mila tonnellate di zolfo e le 600mila tonnellate di urea (Reuters, 26/06) già pronte alla vendita bloccate nel Golfo non consentono di sperare in un rapido calo: le infrastrutture per la loro produzione sono fortemente danneggiate dagli eventi bellici e gli esperti stimano diverse decine di mesi per farle rifunzionare a pieno regime.


Come la crisi degli approvvigionamenti di urea e zolfo sta interessando i mercati finanziari europei? Partiamo dalle compagnie di navigazione più interessate al trasporto Medioriente-Europa. A.P. Møller – Mærsk è passata a Copenaghen dallo scambio a 15.320 corone danesi a fine febbraio alle 15.895 attuali, passando per un rally nella prima metà di marzo a un picco di 18.440. Situazione ancora più estrema per Hapag-Lloyd AG, che a Francoforte è passata da scambi intorno a €130 a soli €110,70 odierni attraversando picchi da panico sui noli marittimi fino a €156,30. L’assestamento, nonostante i notevoli extraprofitti della fase di crisi geopolitica, si spiega con il cospicuo aumento del carburante fino a $1200/t nei porti mediorientali.


Situazione molto simile per le compagnie industriali dei concimi più dipendenti dagli approvvigionamenti mediorientali. Compagnie come l’olandese ICL Group, la norvegese YARA o la tedesca K+S Aktiengesellschaft hanno visto, dopo le febbri speculative a marzo e aprile, hanno visto il valore delle loro azioni calare sui rispettivi mercati nazionali anche dell’11% complessivo rispetto all’inizio del conflitto: dopo una crescita portentosa nei primi due mesi di conflitto, le azioni ICL hanno perso il 25% da venerdì 29 maggio sulla piazza di WS. In senso opposto e contrario quei competitor europei strutturalmente più indipendenti dalle forniture mediorientali e che possono profittare dei prezzi correnti: la polacca Azoty, diffidente nei confronti dei colli di bottiglia marittimi e incentrata sulle forniture locali, porta le sue azioni al WSE di Varsavia a +16,8% da inizio conflitto, mentre la OCI Global è ormai il principale acquirente di urea non mediorientale (Algeria, USA) per l’Europa, guadagnando l’11% sugli ultimi quattro mesi all’Euronext Amsterdam.


Andando all’effetto della crisi di approvvigionamenti di urea e zolfo sui future delle materie prime alimentari, la situazione appare meno incerta rispetto ai titoli delle aziende europee prima considerati e tutte le prospettive sono solidamente rialziste. Il grano tenero al MATIF di Parigi ha visto un rialzo sullo scambio dei future a +22%

solo da fine maggio, attestandosi stabilmente intorno ai €270 a tonnellata. La concimazione tardiva insufficiente dei terreni a urea fa temere raccolte di chicchi con poca farina, più da foraggio che per panificazione. Situazione simile per i semi di colza, i cui future a Parigi sono passati a €510/t, oltre il +26% su fine maggio, vista la grande necessità di importanti concimazioni con solfati per ottenere semi oleosi. Il mais segna al MATIF +18% (€240/t), rispetto a un +12% del CBOT di Chicago sullo stesso periodo, avendo il mercato americano molti più future sul mais in pancia.


I rialzi sui mercati future si faranno sentire con particolare violenza nei prossimi mesi: BCE e Rabobank prevedono per l’Europa un’inflazione alimentare mensile ben superiore alla forbice 2-2,4% dei mesi di blocco a Hormuz. Si prevede una inflazione alimentare al 2,6% per tutto il 2026 e del 2,9% nel 2027. Numero, quest’ultimo, che in Italia potrebbe riscontrarsi già entro il 2026. Per la FAO saranno colpiti soprattutto i cibi a base di farina di grano tenero, gli oli vegetali, caffè, tutta la quarta gamma, i surgelati e i congelati. Secondo Goldman Sachs non sarà solo la crisi degli approvvigionamenti di urea e zolfo a scatenare questa inflazione alimentare europea di lungo periodo, ma anche Super Niño contribuirà per circa l’1,3% dell’inflazione alimentare del prossimo anno e mezzo.


A differenza di quanto accaduto del 2022, stavolta nemmeno la GDO europea potrebbe marginare dall’inflazione alimentare e gli analisti di settore guardano con preoccupazione le cattive performance agli acquisti dai fornitori agroindustriali, la pressione dei costi dei trasporti e la scarsa predisposizione all’acquisto di consumatori europei, già esausti da quattro anni di carovita. I mercati finanziari fanno eco a queste analisi: tra i giganti della GDO europea, Carrefour (€16,41 allo scambio) sconta il taglio delle stime, assorbendo internamente i rincari e registrando nell’ultima settimana una perdita del -1,7%, pari a un calo del -3% dal 28 febbraio. Jerónimo Martins (€17,25) ha toccato i minimi annuali con un crollo del -15% dal 28 febbraio, mentre Tesco (463,70 GBp) dimostra una maggiore resilienza grazie alla copertura offerta dai suoi contratti a lungo termine. Quanto alle grandi piattaforme del food online, crollano vistosamente le piattaforme digitali colpite dalla contrazione degli abbonamenti e da pesanti perdite speculative: dal 28 febbraio al 26 giugno a Francoforte HelloFresh cede il 45%, salvo curarsi le ferite il lunedì con un +8,72%. Sempre a Francoforte Delivery Hero arretra sullo stesso periodo bellico del 28%, mentre ad Amsterdam Just Eat Takeaway va a -22%.