L’OCSE lancia l’allarme: la guerra tra Stati Uniti e Iran rischia di frenare l’economia mondiale

È quanto emerge dall’ultimo rapporto economico pubblicato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che ha rivisto al ribasso le proprie stime di crescita mondiale.



L’economia globale potrebbe affrontare una fase di rallentamento molto più severa del previsto se il conflitto tra Stati Uniti e Iran dovesse protrarsi nei prossimi mesi.


È quanto emerge dall’ultimo rapporto economico pubblicato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che ha rivisto al ribasso le proprie stime di crescita mondiale.


Secondo gli economisti dell’organizzazione, le tensioni geopolitiche nel Golfo Persico stanno già generando forti pressioni sui mercati energetici e sulle principali rotte commerciali internazionali. In particolare, le difficoltà di navigazione nello Stretto di Hormuz – passaggio strategico per una parte significativa delle esportazioni mondiali di petrolio e gas – stanno contribuendo a mantenere elevati i prezzi dell’energia.


Nello scenario considerato più probabile dall’OCSE, che prevede una graduale riduzione delle tensioni e il raggiungimento di un accordo diplomatico entro i prossimi mesi, la crescita economica globale rallenterebbe comunque dal 3,4% registrato nel 2025 al 2,8% nel 2026. Una successiva ripresa potrebbe riportare l’espansione mondiale al 3,1% nel 2027.


Tuttavia, il quadro potrebbe peggiorare sensibilmente qualora le ostilità continuassero e le infrastrutture energetiche della regione subissero ulteriori danni. In tale scenario, la crescita mondiale potrebbe precipitare al 2,1% nel 2026 e addirittura all’1,8% nel 2027, livelli che avvicinerebbero diverse economie alla recessione.

Gli analisti sottolineano che l’aumento dei costi energetici non colpisce soltanto famiglie e imprese attraverso bollette più elevate, ma si riflette anche sull’intera catena produttiva. Settori come l’industria chimica, l’agricoltura e la manifattura stanno già risentendo dell’incremento dei prezzi delle materie prime e dei fertilizzanti.


L’inflazione rappresenta un altro motivo di preoccupazione. Nel caso di una crisi prolungata, i prezzi al consumo potrebbero crescere in misura superiore alle attese, costringendo molte banche centrali a mantenere politiche monetarie restrittive più a lungo. L’OCSE stima che l’inflazione globale potrebbe aumentare di 0,4 punti percentuali nel 2026 e di oltre un punto percentuale nel 2027 rispetto alle previsioni attuali.

Le conseguenze si estenderebbero anche al mercato del lavoro. Una crescita più debole comporterebbe una diminuzione degli investimenti, un aumento della disoccupazione e maggiori difficoltà per i settori che richiedono elevati consumi energetici, compreso quello delle tecnologie avanzate e dell’intelligenza artificiale.

Per gli esperti dell’organizzazione internazionale, una soluzione diplomatica stabile resta l’elemento chiave per evitare ulteriori danni economici. Una pace duratura nella regione non solo favorirebbe la stabilità geopolitica, ma contribuirebbe anche a ridurre le pressioni inflazionistiche, ristabilire la fiducia degli investitori e sostenere la ripresa dell’economia mondiale.

Il messaggio dell’OCSE è chiaro: più a lungo dureranno le interruzioni dei commerci e delle forniture energetiche, più elevati saranno i costi economici e sociali per governi, imprese e cittadini di tutto il mondo.