Cannes 2026. Seconda Palma d’Oro per Mungiu con Fjord, ex aequo per regia, attori e attrici

Si è conclusa la 79ª edizione del Festival di Cannes. Una cerimonia intensa e fortemente politica, dominata da tanti ex aequo e dal ritorno dell'autorialità.



Seconda Palma d’Oro per Mungiu e tanti ex aequo

La cerimonia ha visto il trionfo di Fjord del regista romeno Cristian Mungiu, che con questo vittoria si porta a casa la seconda Palma d’Oro - la prima la vinse nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni - con una pellicola che affronta il tema dell’integrazione e delle tensioni culturali nella Scandinavia contemporanea.


La giuria, presieduta dal grande regista sudcoreano Park Chan-Wook, ha premiato un palmarès unico nel suo genere, lasciando un segno indelebile nella storia del Festival con ben tre premi ex aequo: regia, attore e attrici. Andando più nel dettaglio:


  1. Il Grand Prix è stato consegnato a Minotaur del dissidente russo Andreï Zvyagintsev;
  2. Il premio alla regia è stato vinto sia agli spagnoli Javier Calvo e Javier Ambrossi per La Bola Negra, sia al polacco Paweł Pawlikowski per Fatherland;
  3. Miglior attrice ex aequo a Virginie Efira e Tao Okamoto per All of a Sudden di Ryusuke Hamaguchi;
  4. Miglior attore ex aequo a Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per Coward di Lukas Dhont.


Il Festival segnato da (tanta) politica, autorialità e assenze

Tra i momenti più significativi del festival della serata finale c’è stato l’omaggio a Barbra Streisand, che ha ricevuto la Palma d’Oro onoraria. A celebrare la star sul palco - che non è riuscita ad essere presente a causa di un infortunio - è stata Isabelle Huppert, che ha ricordato il contributo dell’artista americana al cinema e alla cultura contemporanea. Nel suo discorso ha parlato anche di Yentl, diretto e interpretato dalla Streisand, definendolo un film rivoluzionario sul desiderio e sulla libertà femminile.


Anche la serata conclusiva del Festival ha confermato il tono politico e civile che ha attraversato l’intera cerimonia, segnata da continui richiami alla tolleranza, alla guerra e alla necessità di difendere il ruolo culturale del cinema. Lo stesso Mungiu, durante il ricevimento della Palma, ha parlato di “società radicalizzate” e del bisogno di interrogarsi sui cambiamento sociali in corso.


Cannes 2026 ha visto anche un’atmosfera meno hollywoodiana rispetto alle edizioni precedenti e più orientata verso il più ricercato cinema autoriale internazionale. La presenza statunitense è stata dunque più discreta, mentre hanno dominato produzioni europee e asiatiche. Basti pensare alla sola composizione della giuria - con figure come Park Chan-Wook, Demi Moore, Chloé Zhao e Stellan Skarsgård - per comprendere il carattere più ricercato e meno mainstream della cerimonia.


L’assenza totale del cinema italiano dalle sezioni competitive principali ha lasciato un bel po’ l’amaro in bocca, e per l’ottava volta consecutiva nessuna pellicola Made in Italy ha avuto un posto nel concorso. L’ultimo vincitore italiano della Palma d’Oro è stato Nanni Moretti nel lontano 2001 con La stanza del figlio. Un profondo vuoto che evidenza come il cinema italiano faccia molta fatica a posizionarsi - soprattutto negli ultimi anni nei grandi festival internazionali.


Il cinema come memoria collettiva e politica

La 79ª edizione del Festival di Cannes ha voluto anche celebrare il cinema come memoria collettiva. Il manifesto ufficiale del festival è stato infatti dedicato a Thelma & Louise di Ridley Scott, scelta che molti critici hanno interpretato come un omaggio alla libertà femminile e al grande cinema americano degli anni Novanta.


Indimenticabile anche la presenza di Peter Jackson, insignito della Palma d’Oro onoraria durante la serata inaugurale e protagonista di una masterclass molto partecipata dedicata alla trilogia kolossal de Il Signore degli Anelli, al futuro del cinema e persino alla sfida data dall’intelligenza artificiale.


In definitiva, Cannes 2026 è stata un’edizione elegante, fortemente cinefila e attraversata da temi politici e sociali. Un festival meno glamour del solito, forse, ma molto più concentrato sul valore culturale del cinema e sul ruolo degli autori in un’epoca attraversata da crisi internazionali, polarizzazione e trasformazioni industriali.


Andrea Pelucchi