Luxottica nel mirino dei consumatori dopo il risarcimento dazi


Nel grande romanzo dei dazi americani, un mix di politica, tribunali e contabilità creativa, entra ora un nuovo capitolo: quello dei consumatori che bussano alla porta chiedendo indietro i soldi. E non con garbo.


Al centro della scena c’è EssilorLuxottica, gigante dell’occhialeria e proprietario, tra gli altri, del marchio Ray-Ban. L’azienda si ritrova nel mirino di una class action negli Stati Uniti, accusata di aver fatto pagare ai clienti i costi dei dazi, salvo poi mettersi in fila per riaverli indietro dallo Stato. Un doppio incasso che, secondo i ricorrenti, assomiglia più a un colpo ben riuscito che a una svista contabile.


La questione nasce dalla recente decisione della Corte Suprema americana, che ha bocciato i dazi imposti durante l’amministrazione Trump, giudicandoli fuori dai poteri presidenziali. Tradotto: quei soldi, circa 130-175 miliardi di dollari, potrebbero tornare indietro agli importatori.


E qui arriva il punto dolente. Molte aziende, EssilorLuxottica inclusa, avevano già “scaricato” quei costi sui consumatori, aumentando i prezzi. Ora che i rimborsi sono all’orizzonte, la domanda sorge spontanea, e anche un po’ polemica: se i dazi erano illegittimi, perché il cliente dovrebbe restare l’unico a non vedere un euro indietro?


Le cause legali nascono proprio su questo terreno scivoloso. I consumatori sostengono che trattenere eventuali rimborsi equivarrebbe a un arricchimento ingiustificato: prima pagano loro, poi paga lo Stato, e l’azienda incassa due volte. Una strategia che, sulla carta, suona brillante; in tribunale, un po’ meno.

Va detto che la legge, almeno per ora, non obbliga le imprese a restituire i soldi ai clienti. I rimborsi, infatti, sono destinati agli importatori, non a chi ha comprato il prodotto finale. Ma questo dettaglio tecnico non sembra scoraggiare gli avvocati, che intravedono una nuova stagione di contenziosi, e parcelle.


Nel frattempo, alcune aziende, come FedEx, hanno già promesso di girare eventuali rimborsi ai clienti. Altre, invece, restano più caute: forse in attesa di capire se convenga essere generosi o prepararsi a una lunga battaglia legale.


Morale della storia: i dazi sono stati dichiarati illegali, ma il conto, come spesso accade, è ancora tutto da spartire. E questa volta, tra aziende, tribunali e consumatori, sembra che nessuno voglia pagarlo da solo.


Klevis Gjoka