Valentino dopo Valentino: dall’alta moda ai capitali globali. Chi guiderà il futuro della Maison e del Made in Italy?
UCapital Media
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Valentino non è più solo un simbolo creativo, ma un grande marchio globale conteso da capitali internazionali. Con la morte dell’ultimo imperatore della moda italiana, si chiude l’epoca degli stilisti-fondatori che univano genio creativo e controllo imprenditoriale. Quale sarà il futuro della sua Maison? E, soprattutto, che ne sarà della moda Made in Italy nell’era post-imperatori?
Quando nel 1960 Valentino Garavani fonda la sua maison nella Capitale, il marchio coincide perfettamente con il suo creatore. Uno stile riconoscibile, un’estetica assoluta, un’idea di eleganza che diventa sinonimo di Italia nel mondo. Ma già alla fine degli Anni Novanta quel modello comincia a mostrare i suoi limiti. La moda cresce, si globalizza, diventa industria. E per sopravvivere ha bisogno di capitali.
Il primo spartiacque arriva nel 1998, con l’ingresso di Hdp, la finanziaria della famiglia Romiti. È uno dei momenti simbolici in cui la finanza entra nel cuore della moda italiana. Quattro anni più tardi, nel 2002, Valentino passa al gruppo Marzotto, storico nome del tessile tricolore, che tenta di costruire un polo nazionale del lusso. Il progetto, però, dura poco. Nel 2007 i fondi di Permira rilevano la maison con un’Opa e la portano fuori da Piazza Affari, segnando l’ultimo tentativo di gestione “italiana” del marchio.
Il vero cambio di paradigma arriva nel 2012, quando Valentino viene acquisita da Mayhoola, il fondo sovrano del Qatar. È l’ingresso degli emiri nel salotto buono del Made in Italy, un passaggio che riflette una tendenza ormai strutturale: i grandi marchi restano italiani nello stile, ma non più nella proprietà. Oggi Mayhoola controlla il 70% del capitale, ma il futuro guarda a Parigi. Nell’estate di tre anni fa, infatti, il fondo qatariota ha ceduto il 30% a Kering, il colosso francese del lusso che controlla brand come Gucci, Bottega Veneta e Brioni. L’operazione ha valutato Valentino 5,6 miliardi di euro, certificandone il peso strategico nel risiko globale della moda.
Gli accordi tra Mayhoola e Kering prevedono un percorso chiaro: a partire dal 2028, e comunque entro il 2029, il gruppo francese potrà salire progressivamente fino al 100% del capitale. Il prezzo finale dipenderà anche dai risultati che la maison saprà ottenere nei prossimi anni. Nel frattempo, i soci hanno rafforzato la struttura patrimoniale, segnale che Valentino non è una semplice partecipazione finanziaria, ma una scommessa di lungo periodo.
Sul piano creativo, Valentino Garavani aveva già lasciato la scena da tempo. Ritiratosi nel 2007, ha consegnato la sua eredità a una nuova generazione di direttori creativi: da Maria Grazia Chiuri a Pierpaolo Piccioli, fino ad Alessandro Michele, chiamato nel marzo 2024 a inaugurare una nuova stagione estetica. Alla guida operativa, dall’agosto scorso, c’è Riccardo Bellini, manager con esperienze internazionali tra Maison Margiela e Chloé. Oggi il gruppo supera 1,3 miliardi di euro di ricavi e impiega oltre 1.600 persone.
Il punto, però, va oltre Valentino. La sua storia è emblematica di una trasformazione più profonda. Con la scomparsa di Valentino Garavani - solo pochi mesi dopo aver detto addio a Re Giorgio - si chiude un ciclo irripetibile della moda italiana. Il Made in Italy ha creato i marchi, ma non è riuscito a trattenerne il controllo. Mancano capitali pazienti, dimensioni adeguate, una visione industriale di sistema capace di competere con i colossi francesi.
Il futuro della moda italiana, allora, non passerà più da singoli geni solitari, ma dalla capacità di difendere identità, filiere e creatività dentro gruppi sempre più internazionali. Valentino resterà italiano nello stile e nel mito, anche se la sua direzione strategica sarà decisa altrove. La vera sfida sarà questa: dimostrare che, anche senza un Valentino o un Armani al timone, il Made in Italy può continuare a essere non solo un’etichetta, ma un valore riconoscibile nel mondo.
Andrea Pelucchi
