Nuovo test missilistico in Corea del Nord, presente anche la figlia di Kim
UCapital Media
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Ancora missili, ancora immagini accuratamente orchestrate dal potere. La Corea del Nord di Kim Jong Un torna a esibire il proprio arsenale con un nuovo test di missili da crociera lanciati dal cacciatorpediniere Choe Hyon, mentre il leader osserva l’operazione a distanza, accompagnato dalla figlia adolescente.
Le immagini diffuse dai media di Stato raccontano la scena come un rituale di potenza: schermi luminosi, ufficiali in uniforme, missili che colpiscono bersagli al largo della costa occidentale. Secondo la versione ufficiale, il test servirebbe a verificare l’affidabilità del sistema di controllo strategico e a rafforzare la capacità di deterrenza nucleare del Paese. Ma dietro la retorica della sicurezza nazionale si intravede soprattutto la logica di un regime che continua a fondare la propria legittimità sull’esibizione militare.
La presenza della figlia del leader, sempre più spesso al fianco del padre durante parate e test di armi, non appare casuale. Per molti analisti si tratta di un messaggio politico rivolto tanto all’interno quanto all’esterno del Paese: l’immagine di una dinastia che prepara il proprio futuro e ribadisce la continuità del potere familiare che guida la Corea del Nord da tre generazioni.
Il test arriva mentre Stati Uniti e Corea del Sud hanno avviato nuove esercitazioni militari congiunte, manovre che Pyongyang definisce da anni una provocazione o addirittura una prova generale di invasione. La risposta del regime è la stessa già vista molte volte: nuove dimostrazioni di forza e la promessa di rafforzare ulteriormente il proprio arsenale strategico.
Il risultato è una spirale ormai familiare nella penisola coreana: esercitazioni militari da una parte, test missilistici dall’altra, minacce e dichiarazioni sempre più dure che alimentano un clima di tensione permanente.
Kim insiste sulla necessità di mantenere una deterrenza nucleare “potente e affidabile”, mentre la marina nordcoreana viene progressivamente dotata di sistemi d’arma sempre più sofisticati, alcuni dei quali potrebbero avere capacità nucleari. In un Paese ancora isolato e sottoposto a pesanti sanzioni internazionali, l’apparato militare resta però la priorità assoluta del potere.
Ogni test viene celebrato come una conquista tecnologica e come la prova dell’autosufficienza nazionale. Ma per molti osservatori è anche un potente strumento di propaganda interna. In un sistema politico che non tollera opposizione né pluralismo, i missili non sono soltanto armi: sono simboli. Servono a mostrare al mondo la capacità di colpire lontano, ma soprattutto a ricordare alla popolazione chi detiene davvero il potere.
Klevis Gjoka
