G7 oggi in riunione per rilascio riserve petrolio
UCapital Media
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Il sistema energetico globale è entrato in una fase di forte tensione. Il 9 marzo 2026 i ministri delle finanze del G7 si riuniscono d’urgenza per discutere il possibile rilascio coordinato di 300-400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche, una misura che potrebbe diventare la più grande nella storia dell’International Energy Agency (IEA).
La decisione arriva dopo un violento shock dell’offerta legato all’escalation militare tra gli USA, Israele e l'Iran, che ha spinto il prezzo del greggio oltre i 100 dollari al barile. Nel fine settimana il Brent Crude ha sfiorato i 120 dollari prima di scendere intorno a quota 103 dopo le indiscrezioni sull’intervento del G7. Se confermato, il rilascio rappresenterebbe fino al 35% delle riserve strategiche dell’IEA, un segnale senza precedenti della gravità della situazione.
Secondo le regole dell’IEA, i paesi membri devono mantenere scorte di petrolio pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette. Complessivamente, le 32 economie aderenti detengono circa 1,24 miliardi di barili di riserve di emergenza. Tra i membri del G7, gli USA possiedono circa 415 milioni di barili nella Strategic Petroleum Reserve e sono i principali promotori del rilascio. Il Giappone detiene circa 285 milioni di barili, un pilastro della stabilità energetica asiatica. La Germania, la Francia, il Regno Unito e l’Italia mantengono scorte equivalenti a circa 90 giorni di importazioni. Il Canada rappresenta un caso a parte: invece di grandi riserve strategiche possiede enormi riserve naturali di petrolio, tra le più grandi al mondo. Proprio Ottawa sta emergendo come un attore chiave della crisi, annunciando la possibilità di aumentare la produzione fino a 750.000 barili al giorno per compensare eventuali perdite di approvvigionamento dal Medio Oriente.
La tensione maggiore riguarda la sicurezza dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Qualsiasi blocco, anche temporaneo, potrebbe tagliare milioni di barili al giorno dal mercato globale. I tagli alla produzione annunciati da Iraq, Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti stanno già aggravando la situazione, alimentando un forte movimento speculativo sui mercati energetici.
Il rilascio delle riserve strategiche potrebbe inizialmente raffreddare il mercato, riducendo la pressione sui prezzi e spezzando la corsa speculativa, ma gli analisti avvertono che l’effetto potrebbe essere temporaneo. 400 milioni di barili equivalgono a circa quattro giorni di consumo globale e se il conflitto dovesse prolungarsi o se lo Stretto di Hormuz venisse chiuso, il mercato potrebbe rapidamente tornare in deficit, con prezzi del petrolio che potrebbero superare 130-150 dollari al barile. Un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari avrebbe effetti immediati su costi dei trasporti, prezzi dell’energia e catene logistiche globali, con possibili conseguenze inflazionistiche soprattutto per l’Europa e i mercati emergenti.
La crisi potrebbe accelerare una ridefinizione geopolitica dell’energia, con possibili vincitori come il Canada, grazie alle sue immense riserve, e gli USA, che rimangono tra i principali produttori mondiali. Se la produzione canadese aumentasse davvero di 750.000 barili al giorno, il paese potrebbe diventare il principale fornitore affidabile per il blocco occidentale. Allo stesso tempo, prezzi elevati e instabilità geopolitica potrebbero accelerare gli investimenti nelle energie rinnovabili, spingere verso l’elettrificazione dei trasporti e rafforzare le politiche di sicurezza energetica in Europa e Asia. Un nuovo shock petrolifero potrebbe inoltre influenzare i mercati azionari globali, le valute dei paesi importatori di energia e i titoli energetici, con il rischio di rallentamenti economici globali.
Il punto chiave resta che il rilascio delle riserve strategiche del G7 potrebbe stabilizzare i mercati nel breve termine, ma non risolve il problema strutturale. Se il conflitto in Medio Oriente dovesse intensificarsi o se lo Stretto di Hormuz venisse chiuso, il mondo potrebbe trovarsi davanti alla più grave crisi energetica dalla metà degli anni 2000.
Klevis Gjoka
