Nepal al voto dopo la Rivoluzione Gen Z

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UCapital Media

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Il Nepal si prepara a votare, ma questa volta non è una consultazione come le altre. È il primo appuntamento alle urne dopo che la mobilitazione guidata dalla Generazione Z ha scosso il Paese fino a far cadere il governo. Una stagione di proteste costata 77 morti, ma capace di incrinare un sistema politico percepito da molti come autoreferenziale e corrotto.


Il 5 marzo quasi 19 milioni di elettori saranno chiamati a scegliere i 275 membri del Parlamento. Tra loro, circa un milione di nuovi votanti, in larga parte giovani mobilitati dalle manifestazioni dello scorso settembre. Non è un dettaglio: è il segnale che una generazione finora marginalizzata ha deciso di entrare nella stanza dei bottoni.


Da oltre trent’anni il Nepal vive in una precarietà politica cronica: 32 cambi di governo dal 1990, un’economia in larga parte agricola, milioni di cittadini costretti a cercare lavoro all’estero. In questo contesto, le promesse ripetute dei partiti tradizionali hanno perso credibilità. Le piazze hanno chiesto lavoro vero, salari dignitosi, trasparenza. Hanno chiesto una rottura.


Nel mirino dei manifestanti non c’è solo la corruzione, ma un intero establishment. Tra i protagonisti di quella stagione c’è Balendra Shah, 35 anni, ex sindaco di Kathmandu ed ex rapper, oggi candidato premier del Rastriya Swatantra Party. Il suo profilo incarna l’idea di ricambio generazionale: meno apparato, più contatto diretto con una base urbana e giovane che non si riconosce nei vecchi schemi.


Dall’altra parte c’è la vecchia guardia. Il Nepali Congress e soprattutto il Partito Comunista del Nepal (UML) hanno dominato la scena per decenni. Il volto più noto di quest’ultimo è K.P. Sharma Oli, 74 anni, quattro volte primo ministro, dimessosi dopo le uccisioni di settembre. Per molti giovani, la sua figura rappresenta un ciclo politico che si è chiuso: leadership longeve, promesse di stabilità mai mantenute, accuse ricorrenti di gestione opaca del potere.


Il Partito Comunista, in particolare, paga l’identificazione con un sistema che non ha saputo offrire prospettive concrete a una generazione istruita ma disoccupata o sottoccupata. Le parole d’ordine di rinnovamento e giustizia sociale si sono scontrate, secondo i critici, con pratiche di governo percepite come conservatrici e poco trasparenti. È su questa frattura che la sommossa giovanile ha costruito la propria legittimità morale.


Gli analisti avvertono che trasformare l’energia della piazza in seggi parlamentari non è semplice. Ma il punto, oggi, non è solo aritmetico. È culturale. La Gen Z nepalese ha imposto temi e linguaggio nuovi: accountability, merito, opportunità, fine dei privilegi. Ha costretto i partiti a parlare di riforme strutturali e di ricambio interno.


Il voto di domani dirà se la spinta dal basso riuscirà a tradursi in governo. Ma una cosa appare già chiara: l’era dell’automatismo politico è finita. In un Paese stretto tra giganti come Cina e India, la vera novità non è solo geopolitica. È generazionale.


E se la politica tradizionale, a partire dal Partito Comunista, non saprà leggere questo segnale, rischia di trovarsi di fronte non a una parentesi di protesta, ma all’inizio di una nuova stagione costituente guidata dai suoi cittadini più giovani.


Klevis Gjoka