Il super franco sfida la Svizzera: rifugio dei mercati ma incubo per export e turismo
Andrea Pelucchi
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La nuova crisi geopolitica in Medio Oriente ha riportato il franco svizzero al centro della scena finanziaria globale. Dall’inizio del conflitto in Iran, scoppiato nei primi giorni di marzo 2026 e aggravato dal coinvolgimento diretto di Stati Uniti e Israele e dalla temporanea chiusura dello Stretto di Hormuz, gli investitori internazionali hanno avviato una massiccia rotazione di capitali verso gli asset considerati più sicuri. Tra questi, la valuta elvetica si è confermata ancora una volta il bene rifugio per eccellenza. Il risultato è stato un rapido apprezzamento del franco sui mercati valutari. La moneta svizzera ha raggiunto livelli che non si vedevano dal 2015, scendendo sotto quota 0,91 contro l’euro e toccando punte intorno a 0,77 rispetto al dollaro nelle fasi iniziali della crisi.
Se per gli investitori globali il franco rappresenta una cassaforte, per l’economia svizzera la sua forza è una lama a doppio taglio. Da un lato, l’apprezzamento della valuta agisce come uno scudo contro l’inflazione importata. Con un franco forte, la Svizzera paga meno energia e materie prime denominate in dollari, riuscendo a limitare l’impatto del caro petrolio che sta colpendo gran parte dell’Europa. Dall’altro lato, però, il cambio penalizza l’economia reale, in particolare i settori più esposti all’export. Molte aziende hanno già segnalato una riduzione dei margini di profitto stimata attorno al 5%, dovuta alla difficoltà di trasferire sui prezzi finali l’effetto di un cambio sfavorevole.
Il primo settore a risentire del super franco è il turismo, storicamente tra i più vulnerabili alle oscillazioni valutarie. Con una valuta così forte, la Svizzera diventa automaticamente più cara per i visitatori stranieri. Secondo le associazioni di categoria, le cancellazioni di prenotazioni hanno iniziato a crescere già nelle prime settimane di marzo, non solo dai Paesi del Medio Oriente ma anche da mercati fondamentali come Stati Uniti e Asia. Il fenomeno è amplificato dal cosiddetto effetto “prezzi esposti”: un pernottamento o un semplice caffè nelle principali destinazioni alpine o nelle città svizzere può risultare fino al 10-15% più caro per un turista europeo o americano a causa del solo effetto cambio.
Anche il cuore industriale della Svizzera sta iniziando a sentire il peso del cambio. Il comparto della meccanica, dell’elettronica e della metallurgia — che impiega oltre 300.000 persone — opera spesso con margini relativamente contenuti. Molte aziende producono componenti industriali destinati ai mercati internazionali e non possono aumentare i prezzi in euro o dollari senza perdere competitività. Di conseguenza, l’apprezzamento del franco si traduce direttamente in una riduzione dei margini operativi e in una crescente pressione per delocalizzare parte della produzione nella zona euro.
Il settore dell’orologeria mostra una dinamica più complessa. I grandi marchi di lusso continuano a beneficiare di una domanda relativamente anelastica: i collezionisti e i clienti ad alto reddito sono meno sensibili alle variazioni di prezzo. Diverso il discorso per la fascia media e entry-level del mercato. Gli orologi sotto i 500 franchi stanno affrontando una concorrenza sempre più aggressiva da parte dei produttori asiatici e dei marchi di moda internazionali. Nei primi mesi del 2026 le esportazioni di questa fascia di mercato risultano già in calo di circa il 4,5%.
Il comparto farmaceutico e chimico rimane il pilastro dell’export svizzero, ma neppure questo settore è completamente immune alla forza del franco. Gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato di sbocco per le aziende svizzere del settore. Con l’indebolimento del dollaro rispetto alla valuta elvetica, i ricavi generati oltreoceano si riducono quando vengono convertiti in franchi. Parallelamente, le associazioni di settore avvertono che il mix tra franco forte e nuove regolamentazioni internazionali potrebbe spingere parte degli investimenti produttivi fuori dalla Svizzera.
La crescente forza della valuta mette la Banca Nazionale Svizzera davanti a un delicato equilibrio. Da un lato l’istituto centrale deve evitare che il franco si rafforzi eccessivamente, rischiando di spingere l’economia verso la deflazione e di danneggiare l’export. Dall’altro lato, ogni intervento sui mercati valutari può essere interpretato come manipolazione del cambio dai partner commerciali. Il rischio di tensioni diplomatiche con gli Stati Uniti è concreto. L’amministrazione americana osserva con attenzione le politiche monetarie svizzere, soprattutto dopo che il surplus commerciale della Confederazione verso gli Stati Uniti ha raggiunto nel 2025 la cifra record di 55 miliardi di franchi. Negli ultimi mesi la Svizzera ha già dovuto affrontare dazi punitivi sulle proprie esportazioni verso il mercato statunitense, poi ridotti dopo un complesso negoziato diplomatico.
In questo contesto, la riunione di politica monetaria prevista per il 19 marzo rappresenta un momento chiave. Tra le opzioni sul tavolo non si esclude neppure un ritorno ai tassi di interesse negativi, una misura già utilizzata in passato per scoraggiare l’afflusso di capitali verso il franco. L’ultima fase di interventi significativi risale al periodo 2022-2023, quando la banca centrale aveva acquistato circa 155 miliardi di franchi utilizzando parte delle proprie riserve valutarie per rafforzare la moneta e contenere l’inflazione importata causata dall’impennata dei prezzi energetici dopo la guerra in Ucraina.
Le prospettive per il franco restano strettamente legate all’evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Se la crisi dovesse risolversi rapidamente, gli analisti prevedono una correzione tecnica con il cambio euro-franco che potrebbe tornare nell’area 0,93-0,95. In caso di escalation prolungata, invece, la domanda di beni rifugio potrebbe spingere la valuta elvetica verso nuovi massimi storici.
Andrea Pelucchi
