Asia in rosso, pesa l’escalation in Medio Oriente: crollano le compagnie aeree, petrolio in rally
Andrea Pelucchi
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In Giappone il Nikkei 225 ha archiviato la giornata in deciso calo, cedendo circa l’1,5% e lasciando sul terreno quasi 900 punti. Vendite diffuse sui titoli ciclici e legati ai consumi, in un contesto di avversione al rischio che ha favorito lo yen e penalizzato l’export. A Hong Kong l’Hang Seng Index ha registrato una flessione intorno al 2%, con forti ribassi nei comparti travel, energia e tecnologia. Più contenuto il movimento nella Cina continentale, dove lo Shanghai Composite ha mostrato una maggiore tenuta, oscillando attorno alla parità grazie al sostegno dei titoli finanziari e di alcune large cap statali. Seduta festiva invece per il mercato sudcoreano: il KOSPI è rimasto chiuso, lasciando gli operatori in attesa di valutare l’impatto delle tensioni alla riapertura.
Il driver principale della giornata è stato il balzo del Brent crude, salito bruscamente dopo le notizie relative a un’intensificazione del confronto militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. L’aumento dei prezzi dell’energia ha riacceso i timori inflazionistici globali, alimentando vendite sull’azionario e spingendo gli investitori verso beni rifugio come oro e titoli di Stato. Il rialzo del greggio, superiore al 7% nelle fasi più acute della seduta asiatica, ha immediatamente colpito i settori più sensibili ai costi del carburante, in particolare trasporti e compagnie aeree.
Il comparto aviation è stato il peggiore della giornata. A Hong Kong, Cathay Pacific ha perso oltre il 4%, risentendo sia dell’aumento del fuel sia dei timori per possibili disagi sulle rotte internazionali. A Singapore, Singapore Airlines ha registrato ribassi ancora più marcati, nell’ordine dell’8%, mentre in Giappone Japan Airlines ha ceduto oltre il 7%, penalizzata anche dall’indebolimento del sentiment sui titoli legati ai viaggi. Forti vendite anche sulle major cinesi: Air China, China Southern Airlines e China Eastern Airlines hanno chiuso con perdite comprese tra il 4% e il 10%, in un contesto di generale avversione al rischio. Gli operatori temono che un prolungamento della crisi possa tradursi in un incremento strutturale dei costi operativi e in una riduzione della domanda di viaggi internazionali, con effetti negativi sui margini del settore.
Oltre al fronte geopolitico, i mercati continuano a monitorare l’evoluzione dell’inflazione globale. Il recente rialzo delle materie prime energetiche potrebbe complicare il percorso di allentamento monetario atteso nei prossimi mesi, soprattutto negli Stati Uniti, rafforzando lo scenario di tassi più elevati più a lungo. Questo mix di incertezza geopolitica e pressioni inflazionistiche ha alimentato un chiaro clima di “risk-off”: riduzione dell’esposizione azionaria, vendite sui titoli ciclici e rotazione verso comparti difensivi.
Andrea Pelucchi
